giovedì 28 gennaio 2010

GIORNALE DI SICILIA G.Petralia










Nuova edizione per i libri più conosciuti di Antonio Messina – la Memoria dell’Acqua euro 12,00 ( nota introduttiva della scrittrice e letterata veneziana Marina Monego) e le Vele di Astrabat euro 12,00 ( prefazione di Ilaria Dazzi, letterata modenese ), editi dal Foglio Letterario di Piombino.
Il primo ritorna in una nuova edizione riveduta, con l’inedito “ I Simulacri di Efeso “, avvincente racconto ambientato sul misterioso pianeta Olochen, dove il terribile Efeso controlla le menti, il secondo volume, un romanzo breve, si rivolge non solo al pubblico degli appassionati del genere fantasy, ma anche ai curiosi dei nuovi fenomeni (e generi) letterari, con particolare riguardo per chi apprezza la filosofia.


La realizzazione grafica delle due opere è di Sacha Naspini, mentre le immagini di copertina della pittrice torinese Angela Betta Casale.
Messina ha pubblicato, inoltre: l’Assurdo respiro delle cose tremule, la silloge Dissolvenze, e il fantasy ambientato nel mondo dei videogiochi, Ofelia e la luna di paglia. Vive a Padova.

sabato 7 novembre 2009

I CARIOLANTI - SACHA NASPINI IL NUOVO ROMANZO



28 ottobre 2009 - È in tutte le librerie I CARIOLANTI

SACHA NASPINI

ELLIOT EDIZIONI Sito
Collana HEROES
Diretta da Massimiliano Governi
ISBN: 9788861921054Dettagli: p. 170

1918, campagna toscana. Per non partire soldato nella Prima guerra mondiale, un uomo nasconde suo figlio di nove anni e sua moglie in un buco scavato nel bosco. Lì dentro la famiglia passa quasi tutto il tempo, il padre esce solo per prendere l’acqua e per cacciare, ma a volte il cibo non si trova e allora bisogna affondare le dita nella terra umida per vedere se salta fuori un baco o una radice da masticare, oppure rassegnarsi a mangiare carne umana. Inizia così l’avventura di Bastiano, che cerca di riscattare la sua vita solitaria e animalesca innamorandosi di Sara, la figlia del padrone per cui va a lavorare come aiutante stalliere. Ma il fango quasi mai incontra la luce, e allora finirà per sporcarsi totalmente, uccidere colpevoli e innocenti, scappare, trasformarsi in un animale da preda, perdersi, per poi ritornare alle origini, alle sue vere radici, da cui non può fuggire. "I Cariolanti" è un romanzo di deformazione, selvatico e rabbioso, dove il vero protagonista è la bestialità, non la bestialità malvagia e gratuita, ma quella istintiva e viscerale di chi uccide per sopravvivere. Una favola nera in tredici istantanee dove si respirano atmosfere che vanno da Truffaut a Stephen King, alle Fiabe italiane di Calvino.

INCIPIT:Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia. Camminano strascicando i piedi nudi, sporchi di sangue e terra. E dita bitorzolute, e braccia lunghe, anzi lunghissime, fino alle ginocchia. Lunghissime e secche. I Cariolanti si chiamano così perché si tirano dietro un carrettino sgangherato, sopra c’è un lenzuolo che una volta era bianco ma che adesso è tutto zozzo e logoro, pieno di patacche schifose. Da là sotto a volte spuntano dei piedini di bimbo. I Cariolanti hanno sempre fame. Se a cena qualche bimbo viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana.

martedì 22 settembre 2009

DAL 23 SETTEMBRE IN TUTTE LE LIBRERIE

Gordiano Lupi
Una terribile eredità
Euro 12,00 - Pag. 128
Isbn 978-88-8372-376-6

Un reduce, L'Avana, l'ambiguità del male .Dopo un'esperienza traumatica durante la guerra in Angola, un cubano torna a casa ma non sarà più lo stesso. Diventato metodico come il più inumano degli assassini seriali, sceglierà L'Avana per dare la caccia alle sue vittime innocenti. Da uno tra i maggiori conoscitori italiani della cultura cubana, una parabola cupa sull'ossessione del male e, insieme, un viaggio impietoso in una terra che resta ancora da svelare.
http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Walkietalkie/Una-terribile-eredita.aspx

Gordiano Lupi (Piombino, 1960) ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. I suoi lavori più recenti sono: Cuba Magica - consersazioni con un santèro (Mursia, 2003), Un'isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali - storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane Fidel - Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Avana Killing (Sered, 2008), Mi Cuba (Mediane, 2008). Cura la versione italiana del blog "Generaciòn Y" della scrittrice cubana Yoani Sànchez e ha curato il suo primo libro Cuba libre (Rizzoli, 2009).

venerdì 26 giugno 2009

MONTEVERDE di Angela Migliore

Articolo estratto dal portale letterario LANKELOT
Franchi Gianfranco - Monteverde

di AngelaMigliore
“Casa mia è sulla frontiera e non sono il solo a pensare sia un’altra città. Pasolini poteva spiegarvelo, ha mancato”.

È Franchi, quindi, a raccogliere quest’eredità, c’è lui adesso nel quartiere a rinnovare la tradizione dei narratori del secolo scorso, lo scriveva già in Pagano. E allora Monteverde, che viene a chiudere la trilogia inaugurata con Disorder, è una promessa mantenuta. È il ristabilito New Order e porta già nel titolo l’omaggio imprescindibile alla sola Roma cui appartiene: quell’isola di via Fonteiana, a pochi passi dal Gianicolo.
Con Monteverde, pertanto, l’autore amplifica e contemporaneamente sintetizza i due libri precedenti, esaltando pure quella capacità introspettiva che avevamo già riscontrato nei versi de L’inadempienza e riuscendo a dare piena coesione al proprio percorso, senza mai tradire i temi cardini della sua scrittura, anzi evidenziandone la centralità. Così ecco che ritorna la critica feroce alla società contemporanea, ritorna il dissenso che rimarca distanza dalla mediocrità. Ritornano Guido Orsini e l’idealismo romantico di una prima persona che vede le proprie illusioni schiantarsi contro la realtà, ma smette di scappare perché “è bellissima per quanto è cruda, dolorosa, artificiale e nulla. È faticosa, la realtà. È il sogno lucido che aveva dimenticato di sognare”.
Il libro si divide in sei sezioni intitolate: Casa, Lavoro, Donne, Musica, La Roma e Patrie lettere, intervallate da splendidi interludi e precedute, in apertura, da un antefatto che è dichiarazione d’identità con la ridondanza di quel “sono” a delineare il ritratto perfetto dello scrittore nella sua fragilità, racchiusa in quella sigaretta che fuma soltanto, senza spegnersi. E in quelle mani, le sue mani, che consiglia ad un tu generico di mutilare.
Lontano dal diarismo Monteverde si pone, quindi, come la graduale presa di coscienza di un io che sa raccontarsi, con tutte le sfumature di un’intelligenza in grado di passare dal lirico al tragico non disdegnando il comico, ma anzi fondendo amarezza ed ironia, poesia e disincanto. Franchi fa della propria storia personale la prospettiva privilegiata da cui guardare alla sua generazione e “ruba un frammento di tutti i discorsi e dipinge per pennellate nervose il divenire del non è”.
Ci porta nella sua mansarda. Inverte lo zerbino da out ad in e ci lascia valicare il primo confine, oltre quel pianerottolo che “è la terra del suo primo bacio”, dentro quelle mura che sono una fortezza a custodia dei suoi ricordi. E si avverte tutto il sapore dell’eccezione perché lui “ha un legame di possesso assoluto nei confronti del proprio territorio e della propria casa, (convinto che) tutto tenda a capitargli là”.
Soffre le invasioni di telefono, cellulare o citofono. “Soffre tutto ciò che va ad interfacciarsi col suo sistema nervoso, peggio ancora se è irrichiesto”, ma ci accoglie in quella che definisce più volte la propria tana.
Ci porta in quel territorio magico di piante e bellezza tutt’intorno, sotto un ombrellone dalle ali gigantesche che costituisce un’oasi per anime affini, trasformandosi nella sede per le riunioni della rivista universitaria. Sono gli anni stupendi in cui lui ed i suoi amici “erano giovani pieni di speranza, voglia di essere e di creare” e la terrazza diventa “la redazione, l’ufficio della loro piccola Arcadia”.
Addirittura ci conduce in quei due metri inviolabili e sacri del salone, dove era stato collocato il catafalco per l’addio solenne al nonno, “all’uomo che lo amava più di ogni altra cosa al mondo e che non aveva finito di prepararlo alle cose della vita”.
È il nipote che osserva la morte attraverso la logica ferrea ed ingenua dell’infanzia. Lui domanda, vuol capire quello che non riesce a spiegarsi. Perché “la forma mentis del bambino si fonda su tutta una serie di implacabili sicurezze, date per acquisite e mai più smarrite. Una di queste è che le persone che lo stanno allevando saranno protagoniste per sempre della sua vita”. Ma non è vero che non capisce. È stupido pensare che i piccoli non ci riescano. Lui capisce, invece. E si sente escluso, vive come un’ingiustizia l’impedimento a stare con il nonno. Conosce così il gelo, il dolore e lo smarrimento del non ritorno che lo rendono indifeso di fronte a qualcosa che non sa accettare, e tuttavia cerca di interpretare secondo categorie concrete, perché a otto anni il concetto astratto di morte è estraneo al proprio mondo e allora se il nonno non si sveglia, “è come quando spengo qualcosa con la differenza che non so come si riaccende ma ci deve essere un modo. E il modo no, non c’è”.
La casa è il cuore pulsante della sua memoria emotiva e testimonia pure singolari contraddizioni: sprovvista di aspirapolvere, un fusillo attenta al cortocircuito totale, ma i libri abbondano. “Si vede che le passioni bruciano proprio tutto il resto”. È inevitabile, quindi, soffermarsi ad ammirare la sua biblioteca ordinata per nazionalità dove parcheggiano, indesiderate, le pubblicazioni autoreferenziali e scialbe dei vari accademici cui si è rivolto da studente, nella convinzione che fossero gli unici interlocutori plausibili, per ottenere un giudizio su ciò che scriveva. Ma ognuno di quei volumi con tanto di dedica finisce col riassumere “la storia di una sua speranza infranta”, divenendone simbolo. Perché “l’Università non è il tempio della Letteratura, né i docenti gran maestri o sacerdoti”. E lo capisce presto sperimentandolo sulla propria pelle. Lui, “donchisciotte post litteram” che predica l’abrasione del codice EAN e ironizza sul rapporto tra autore e circolazione delle proprie opere, sottolineando come “la vita dei letterati sia un file .txt”, dal titolo «Read me».
Anche Franchi si lascia leggere, ma con tutt’altro stile. E si racconta per episodi chiave che ne tratteggiano convinzioni e stati d’animo in tutti i toni possibili che la vita gli concede di sperimentare. È spassoso e brillante quando descrive la stasi del rapporto di coppia arrivato al capolinea, alla cosiddetta fase Dvd, “indice di un crollo verticale del desiderio e della fine della magia”. O quando difende le sue collezioni di calici e boccali indiscriminatamente fatti fuori da mani femminili, rivendicando il gusto kitsch di prediligere i mug, perché “detesta le tazzine (sembrandogli) palliativi per non ammettere che non si è capaci a bere”.
Ma non manca di diventare pungente specie nei confronti del sistema. Di quello Stato che l’autore non nasconde di voler uccidere. Il viaggio nelle anomalie della situazione occupazionale comincia con il servizio civile a Roma Tre. È in quest’occasione che il giovane Orsini, suo alter ego, “scopre le reali dinamiche delle assunzioni degli impiegati e degli assistenti, capisce l’imbecillità della propria generazione sulla base delle domande rivolte quotidianamente” e soprattutto impara che “quando un professore si chiude a chiave in ufficio non significa che si deve concentrare”.
Le speranze del giovane neolaureato ottimisticamente proteso verso il mondo del lavoro, vanno a sbriciolarsi contro il terribile muro della legge Biagi e la derivante “opportunità di essere legalmente schiavizzato gratis et amore e cum laude”.
Ne derivano una serie di esperienze dall’effetto devastante: inseritore notturno dai turni interminabili, a farsi braccio umano di uno scanner con il caffè come unico appiglio per resistere tutta la notte. Poi redattore polivalente e capace di trasformarsi in facchino e distributore all’occorrenza. Franchi denuncia le assurdità di una società che “riconosce più diritti e più tutele a chi presta sostegno nelle attività domestiche, negandone in toto ai precari, agli interinali, ai laureati che finiscono nei call center con l’obbligo di portare riconoscenza al padrone”.
E la collera monta al pari dell’indignazione. È un progressivo spogliarsi di beate illusioni e falsi miti. Welcome to the village, titola l’autore sarcasticamente. Benvenuto nel mondo del lavoro, settore stampa ed editoria nella fattispecie. Perché è da dentro che comprendi veramente certi meccanismi e ti rendi conto che “spesso s’occupano posti nel quarto potere non per talento o intelligenza o spirito critico, ma per la propria affidabilità, a prova di bomba. Sei affidabile quando sei ricattabile. (…) Quando sei l’espressione di qualcosa: di un partito di un potere economico, di un’industria, spesso di tutte e tre le cose assieme. E allora scrivi pubblicità, miracolose marchette”.
La critica non risparmia nessuno e la ferocia è proporzionale alla delusione di chi si accorge di aver creduto ad una marea di cazzate, trovandosi suo malgrado a dover, invece, riscontrare come “il mercato abbia comprato l’editoria, a tutti i livelli”.
Non c’è nulla che non sia in vendita e la possibilità di esprimersi è garantita unicamente dal denaro, le radio libere sono ormai solo un ricordo. La rivoluzione di Franchi, allora, sta nel web, nel farsi “stagista di sé stesso, tirocinante della letteratura italiana. Grande lavoratore. Gratis”, per sé e per i suoi amici. È questa la scintilla da cui nasce Lankelot.
Ma non è affatto semplice e le cose si complicano ancora quando ci si sposta sul terreno dei sentimenti. Quasi come se ci fosse una sotterranea rivalità tra amore e letteratura. Perché “l’amore è un atto impulsivo, creatività d’ossessi e diktat di carne che chiede: carne. La letteratura è nemica della carne, sa soltanto evocarla. Per evocare la carne devi essere dio. E devi conoscere la carne. Carne”.
L’autore torna dunque a sfidare a Dio, radicato a quella convinzione secondo cui “l’arroganza ti rende incolume, è sexy”. Vale con i bicchieri, forse. I suoi nervi, invece, vanno in frantumi. L’unica strada è alcolizzarsi, anestetizzarsi, stordirsi per riuscire a scrivere. Per rievocare le donne avute e perse, per sospendere il tempo e cristallizzarlo, conservando l’intensità di quei momenti che sono “ripari della sua anima, il suo bisogno di consolazione”.
Il solipsismo si lascia carezzare dalla voce di Jónsi, che consacra il ricordo di un amore giovane e perfetto e straniante, in una notte che non vuole finire e in cui l’unica appartenenza è quella dei loro corpi che non smettono di volersi, perché mai prima era stato così: sono un solo nome e un intervallo senza tempo, Due parentesi bianche.
Bianche come quella nebbia che avvolge i binari di oggi e di ieri. Sulla tastiera del cellulare manca lo zero, niente spazi, solo separazioni laceranti.
Si mescolano i ricordi di lui adulto che vive una storia a distanza, con quelli di lui bambino legati alla figura materna. E cresce il rimpianto di non essersi sradicato dal sole e dal vento, dai suoi libri e dal suo mondo, per coltivare quel noi che ha senso. “E non riesce a dire niente perché lui e sua madre se ne sono andati sul treno sbagliato e non hanno mai avuto il coraggio di restare”.
Franchi però non conosce solo le tinte del rimpianto e sa spendersi in pagine altre dalla nostalgia, in cui “l’amore è possesso e non può essere niente di diverso” e il sentimento principe è la gelosia, non solo nei confronti di chi guarda, ma addirittura verso il sole perché “l’abbronzatura demarca confini, stabilisce quel che è tuo da quel che tutti possono vedere. La linea dell’abbronzatura è la firma del sole sulla pelle della tua donna, la conferma di una promessa che è diventata un patto. Là quando la pelle torna bianca, sei mia e mia soltanto; là niente e nessuno può altro che immaginare e lasciarli immaginare è una punizione esemplare, e una ragione d’orgoglio”.
Gioca con le sue debolezze e con i suoi vizi, inverte gli effetti di acqua e birra, dialoga con la sua micia, si descrive come un Dinosauro Postmoderno, racconta dell’istrice signore di Calvi, la stessa dei prati de L’inadempienza e dissemina citazioni evidenti e nascoste, senza mai perdere in coerenza ed organicità. Piuttosto fornendo preziosi indizi che arricchiscono la lettura di suggestioni. In questo senso anche gli interludi si rivelano preziosi con accostamenti letterari e non, in una girandola di nomi all’interno della quale trova spazio persino Cuchulainn, mutuato dalla mitologia celtica. Appare, quindi, evidente come nessuna scelta sia casuale, tutto si incastra con studiata precisione nella struttura del libro e la copertina di Ceccato risulta perfettamente simmetrica senza sminuirsi a mera illustrazione. Tuttavia le ibridazioni più frequenti sono quelle a carattere musicale, costituendo ormai cifra stilistica di uno scrivere che si lascia contaminare dal rock. In quest’ottica non stupisce che Franchi dedichi un’intera sezione alla musica. Ai ricordi di quegli anni in cui ancora non c’erano youtube ed emule, quando “tutto era più difficile, poco accessibile, molto bello”. Siamo negli Ottanta ed è incredibile quanto sia cambiato tutto. Quanto ci si possa sentire distanti dai ragazzini di oggi che non hanno la minima cognizione di quei tempi meravigliosi in cui “l’Europa era un grande sogno. Non una moneta”. L’autore snocciola i suoi ricordi condividendo le emozioni dei grandi concerti e si interroga sulle proprie percezioni provando a distinguere tra rito ed evento. Racconta “dei colpi di culo, dei lampi di genio e delle coincidenze fortuite che gli hanno regalato Radiohead, Nirvana, Pearl Jem, Jeff Buckley e Sigur Ròs”, facendo della sua discoteca un paradiso per le anime rock. Quelle vere che hanno imparato presto come “le classifiche non significhino un cazzo” e vanno dietro ai dischi meno pubblicizzati, collezionando B-side. Perché “il lato b è uno stato mentale. È la voglia di andare oltre, di sapere qualcosa di diverso e di difficilmente comprensibile – meglio ancora: di meno accessibile. È desiderio di conoscere qualcos’altro di una realtà che ami, di guardarla nuda, di intossicarti di dettagli e sfumature, di possederla per intero”.
Lo sa bene chi ha interiorizzato a dovere la Teoria e tecnica della compilation, conscio che un nastro tdk “era una dichiarazione d’identità”. Che “dietro ogni cassetta c’era una storia (…) e una valanga di pensieri” e quindi ognuna di esse costituiva “un frammento musicale del tuo DNA, pericolosamente consegnato a chi poteva addirittura decifrarlo”.
Pertanto si avverte, netta, una certa nostalgia nei riguardi di quel mondo perduto in cui la musica non era ancora ossessivamente presente, quale “cicatrice della peste della nevrosi”, e si era ben lungi dal ridurla ad intervallo o sottofondo, svuotandola di valore.
Ne deriva l’invettiva contro l’ascolto coatto, cui Franchi oppone la strenua difesa dell’arte tutta, ritenuta “l’espressione della sensibilità, dell’intelligenza e della volontà generale”, così come scrive nel sesto articolo dei Diritti del Letterato, non prima di dedicarsi alla Magica, che costituisce oggetto della penultima sezione.
Qui siamo davanti a pagine leggere eppure sentimentali, perché “il calcio è uno scacciapensieri”, un antidoto contro la solitudine, l’alienazione e i nervi a pezzi. Ma è qualcosa che sa anche “raccontarti tanto delle persone, della società e del tuo tempo”. Sa diventare metafora della vita, perché “per ogni Totti ci sono legioni di Vanigli, a ricordarci che il genio offende la massa”. Allora la Roma, così come l’Arsenal per il citato Nick Hornby, incarna un sogno di riscatto, cui si legano gioie indelebili: lo scudetto conquistato all’ultima di campionato, da abbonato, dopo diciotto anni di attesa; i programmi di Michele Plastino; le giocate di classe del Principe e in special modo le domeniche vissute allo stadio “vicino a papà a guardare uno spettacolo, imparando e condividendo qualcosa, divertendosi ed emozionandosi, sognando ad occhi aperti”.
Gli stessi occhi che aspettano la frontiera, da dietro il finestrino della Panda che attraversava il confine facendo di lui “un bambino addestrato alla schizofrenia”, scisso tra Roma e Trieste, Italia ed Istria, “cresciuto tra offese e insulti a diverse etnie che tragicamente coincidevano col suo sangue. Gli affetti più cari erano nemici fra loro, e parlavano lingue e dialetti diversi”. Da qui allora, la dedica agli esuli istriani, da qui la somiglianza con Trieste, nonché la pluralità di chi si riconosce straniero e “sceglie come patria la Letteratura, perché è terra di menzogne e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’esser vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme. Come questo libro, che si fonda su migliaia di verità e di bugie, di ricordi e di congetture, di fotografie e di radiografie”.


  • EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
    Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007).È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa.

    Gianfranco Franchi, “Monteverde”, Castelvecchi, Roma, 21 aprile 2009.

venerdì 20 marzo 2009

Ofelia e la Luna di Paglia

Autori Contemporanei Narrativa

OFELIA E LA LUNA DI PAGLIA - Antonio Messina
ISBN978 - 88 - 7606 - 219 - 3
€ 12,00 - Pag. 160

ACQUISTA:

http://www.ilfoglioletterario.it/Catalogo_Narrativa_Ofelia_e_la_luna_di_paglia.htm

2122. La programmatrice Nina ha progettato un videogioco di ultima generazione. Si chiama Erasmus4 ed è stato commissionato da una potente multinazionale. Poi, Nina, per una sorta di incantesimo riesce a entrare nel videogame. Si è ritrovata a viverci dentro. Si sta orientando nel mondo nuovo. Altrove, un manager ha assunto Isabel per perfezionare il programma, per cambiarlo. Nina si accorge che qualcuno sta modificando il codice della programmazione, capisce che sta rischiando la vita, perché il malvagio Julius, un personaggio che doveva essere cancellato, la sta minacciando. Julius ora è vivo, agisce come un umano in carne e ossa: il videogioco sta uccidendo Nina. Il virtuale, adesso, è soggetto al male, agli inganni, all'errore. Avidità, prepotenza e invidia sporcano la fantasia. E così, come fiammelle, le creature si spengono dopo aver lasciato unsegno. Nell'infinito.

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venerdì 6 marzo 2009

OFELIA E LA LUNA DI PAGLIA

Ofelia e la Luna di Paglia.
Edizioni il Foglio Letterario

Prefazione di David Frati
postfazione di Marina Monego

dalla prefazione:

La prima volta che ho letto un libro di Antonio Messina non riuscivo a credere ai miei occhi. Perché il variegato panorama delle piccole e piccolissime case editrici italiane – diciamolo - magari ribollirà di energia e passione, ma di certo non abbonda in originalità. Tipicamente, ci si inserisce sulla scia del grande bestseller di turno: e allora piovono adolescenti che si spazzolano e si fanno spazzolare, complotti esoterici nei quali chissà perché ci sono sempre di mezzo i Templari, tortuose inchieste di poliziotti maudit e via citando. Nulla di male, anzi, ma sorprese nemmeno a parlarne. Invece, quel libro – si trattava de “La memoria dell’acqua”, per la cronaca – era drasticamente, eroicamente fuori sincrono rispetto alle tendenze e alle mode letterarie: Messina infatti in quello smilzo volumetto dalla bella copertina riscopriva la forma letteraria del racconto filosofico tentando un'ardita commistione tra la fantascienza del “Solaris” di Andreij Tarkowskij (più che quello di Stanislaw Lem), la rilettura della classicità dei “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese, la capacità di raccontare filosofia del Friedrich Nietzsche di “Così parlò Zarathustra”. Forse non la via maestra per raggiungere le Top 10 di vendita, ma un metodo infallibile per conquistare il mio cuore di lettore. Da allora seguo Antonio con affetto e ammirazione in ogni tappa del suo percorso, una linea retta piena di coerenza e lealtà verso il suo pubblico.
La stella polare di Messina è sempre la stessa, del resto, e lui la insegue con costanza, come i Re Magi, come un gps: la voglia bruciante di un altrove purchessia, il desiderio di non fermarsi nemmeno un minuto alla superficie delle cose, il bisogno costante di simboli. Il suo anelito verso l’assoluto, l’infinito, l’iperuranio però se possibile con questo “Ofelia e la luna di paglia” che mi onoro di presentarvi si fa più marcato, quasi doloroso. Il team di depressi tabagisti del 2122 protagonista del romanzo tenta di sfuggire alla miseria materialistica del proprio tempo (che, ahinoi, somiglia così tanto al nostro) ‘scaricando’ le proprie nevrosi (e i propri sensi di colpa, e i propri vuoti affettivi, e i propri sogni impossibili, e le proprie voglie di fuga, e,e,e) nella creazione di un mondo virtuale, l’ambientazione di un videogame di ultima generazione che si rivela più reale del reale. Ma la freccia direzionale non va solo dalla realtà verso Erasmus4 (questo il nome del gioco): anche i personaggi del videogame, ormai dotati di autocoscienza e sensibilità, fanno sentire le propria voce, che non è quella di semplici burattini senza anima, e reclamano un posto nella realtà, nella vita ‘vera’. A proposito, che cos’è la vita? Come di consueto, Antonio Messina utilizza come mero – ma sublime – pretesto il genere fantastico-fantascientifico per porre grandi questioni, indagare su temi profondi, scandagliare antichi misteri. E di questo possiamo soltanto ringraziarlo.


David Frati, giornalista medico, è uno dei curatori di Yahoo! Salute, portale dedicato all'informazione sanitaria. Critico cinematografico per 35mm, è fondatore e direttore di Mangialibri, una delle principali riviste sul web dedicate al mondo dell'editoria. Come copywriter e sceneggiatore ha collaborato con le emittenti televisive satellitari Studio Universal e Fox Crime e con la Ferrero (ebbene sì, molti dei personaggi degli ovetti Kinder degli ultimi anni sono farina del suo sacco). Vive a Roma.


Quarta di copertina


2122. La programmatrice, Nina, ha progettato un videogioco di ultima generazione. Si chiama Erasmus4, ed è stato commissionato da una potente multinazionale. Poi Nina, per una sorta di incantesimo riesce ad entrare nel videogame. Si è ritrovata a viverci dentro. Si sta orientando nel nuovo mondo. Altrove, un manager ha assunto Isabel per perfezionare il programma, per cambiarlo. Nina si accorge che qualcuno sta modificando il codice della programmazione, capisce che sta rischiando la vita, perchè il malvagio Julius, un personaggio che doveva essere cancellato, la sta minacciando. Julius ,ora è vivo, agisce come un umano in carne ed ossa: il videogioco sta uccidendo Nina. Il virtuale, adesso è soggetto al male, agli inganni, all'errore. Avidità e prepotenza sporcano la fantasia. E così, come fiammelle, le creature si spengono dopo aver lasciato un segno. Nell'infinito.


Antonio Messina (Partanna 1958) ha pubblicato l'Assurdo respiro delle cose tremule (2003) il fantasy - filosofico La memoria dell'acqua (Il Foglio 2006), il romanzo di fantascienza Le vele di astrabat (Il Foglio 2007) e la silloge Dissolvenze (Il Foglio 2008). Alcune sue liriche compaiono in antologie. Vive a Padova.


Prefazione di D. Frati. Postfazione di M. Monego.

Immagine di copertina: Angela Betta Casale. Realizzazione grafica: Sacha Naspini.© Edizioni Il Foglio 2009. 1a Edizione, Marzo 2009. ISBN 978 - 88 - 7606 - 219 - 3. Collana: Autori Narrativa Contemporanea. Direttore: Gordiano Lupi. Edizioni Il Foglio, Via Boccioni 28 - 57025 PIOMBINO (LI) www.ilfoglioletterario.it - ilfoglio@infoli.it.

sabato 24 gennaio 2009

In libreria- marzo 2009-
Ofelia e la Luna di Paglia.

Edizioni il Foglio Letterario.

prefazione di D.Frati
Postfazione M. Monego

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