venerdì 26 giugno 2009

MONTEVERDE di Angela Migliore

Articolo estratto dal portale letterario LANKELOT
Franchi Gianfranco - Monteverde

di AngelaMigliore
“Casa mia è sulla frontiera e non sono il solo a pensare sia un’altra città. Pasolini poteva spiegarvelo, ha mancato”.

È Franchi, quindi, a raccogliere quest’eredità, c’è lui adesso nel quartiere a rinnovare la tradizione dei narratori del secolo scorso, lo scriveva già in Pagano. E allora Monteverde, che viene a chiudere la trilogia inaugurata con Disorder, è una promessa mantenuta. È il ristabilito New Order e porta già nel titolo l’omaggio imprescindibile alla sola Roma cui appartiene: quell’isola di via Fonteiana, a pochi passi dal Gianicolo.
Con Monteverde, pertanto, l’autore amplifica e contemporaneamente sintetizza i due libri precedenti, esaltando pure quella capacità introspettiva che avevamo già riscontrato nei versi de L’inadempienza e riuscendo a dare piena coesione al proprio percorso, senza mai tradire i temi cardini della sua scrittura, anzi evidenziandone la centralità. Così ecco che ritorna la critica feroce alla società contemporanea, ritorna il dissenso che rimarca distanza dalla mediocrità. Ritornano Guido Orsini e l’idealismo romantico di una prima persona che vede le proprie illusioni schiantarsi contro la realtà, ma smette di scappare perché “è bellissima per quanto è cruda, dolorosa, artificiale e nulla. È faticosa, la realtà. È il sogno lucido che aveva dimenticato di sognare”.
Il libro si divide in sei sezioni intitolate: Casa, Lavoro, Donne, Musica, La Roma e Patrie lettere, intervallate da splendidi interludi e precedute, in apertura, da un antefatto che è dichiarazione d’identità con la ridondanza di quel “sono” a delineare il ritratto perfetto dello scrittore nella sua fragilità, racchiusa in quella sigaretta che fuma soltanto, senza spegnersi. E in quelle mani, le sue mani, che consiglia ad un tu generico di mutilare.
Lontano dal diarismo Monteverde si pone, quindi, come la graduale presa di coscienza di un io che sa raccontarsi, con tutte le sfumature di un’intelligenza in grado di passare dal lirico al tragico non disdegnando il comico, ma anzi fondendo amarezza ed ironia, poesia e disincanto. Franchi fa della propria storia personale la prospettiva privilegiata da cui guardare alla sua generazione e “ruba un frammento di tutti i discorsi e dipinge per pennellate nervose il divenire del non è”.
Ci porta nella sua mansarda. Inverte lo zerbino da out ad in e ci lascia valicare il primo confine, oltre quel pianerottolo che “è la terra del suo primo bacio”, dentro quelle mura che sono una fortezza a custodia dei suoi ricordi. E si avverte tutto il sapore dell’eccezione perché lui “ha un legame di possesso assoluto nei confronti del proprio territorio e della propria casa, (convinto che) tutto tenda a capitargli là”.
Soffre le invasioni di telefono, cellulare o citofono. “Soffre tutto ciò che va ad interfacciarsi col suo sistema nervoso, peggio ancora se è irrichiesto”, ma ci accoglie in quella che definisce più volte la propria tana.
Ci porta in quel territorio magico di piante e bellezza tutt’intorno, sotto un ombrellone dalle ali gigantesche che costituisce un’oasi per anime affini, trasformandosi nella sede per le riunioni della rivista universitaria. Sono gli anni stupendi in cui lui ed i suoi amici “erano giovani pieni di speranza, voglia di essere e di creare” e la terrazza diventa “la redazione, l’ufficio della loro piccola Arcadia”.
Addirittura ci conduce in quei due metri inviolabili e sacri del salone, dove era stato collocato il catafalco per l’addio solenne al nonno, “all’uomo che lo amava più di ogni altra cosa al mondo e che non aveva finito di prepararlo alle cose della vita”.
È il nipote che osserva la morte attraverso la logica ferrea ed ingenua dell’infanzia. Lui domanda, vuol capire quello che non riesce a spiegarsi. Perché “la forma mentis del bambino si fonda su tutta una serie di implacabili sicurezze, date per acquisite e mai più smarrite. Una di queste è che le persone che lo stanno allevando saranno protagoniste per sempre della sua vita”. Ma non è vero che non capisce. È stupido pensare che i piccoli non ci riescano. Lui capisce, invece. E si sente escluso, vive come un’ingiustizia l’impedimento a stare con il nonno. Conosce così il gelo, il dolore e lo smarrimento del non ritorno che lo rendono indifeso di fronte a qualcosa che non sa accettare, e tuttavia cerca di interpretare secondo categorie concrete, perché a otto anni il concetto astratto di morte è estraneo al proprio mondo e allora se il nonno non si sveglia, “è come quando spengo qualcosa con la differenza che non so come si riaccende ma ci deve essere un modo. E il modo no, non c’è”.
La casa è il cuore pulsante della sua memoria emotiva e testimonia pure singolari contraddizioni: sprovvista di aspirapolvere, un fusillo attenta al cortocircuito totale, ma i libri abbondano. “Si vede che le passioni bruciano proprio tutto il resto”. È inevitabile, quindi, soffermarsi ad ammirare la sua biblioteca ordinata per nazionalità dove parcheggiano, indesiderate, le pubblicazioni autoreferenziali e scialbe dei vari accademici cui si è rivolto da studente, nella convinzione che fossero gli unici interlocutori plausibili, per ottenere un giudizio su ciò che scriveva. Ma ognuno di quei volumi con tanto di dedica finisce col riassumere “la storia di una sua speranza infranta”, divenendone simbolo. Perché “l’Università non è il tempio della Letteratura, né i docenti gran maestri o sacerdoti”. E lo capisce presto sperimentandolo sulla propria pelle. Lui, “donchisciotte post litteram” che predica l’abrasione del codice EAN e ironizza sul rapporto tra autore e circolazione delle proprie opere, sottolineando come “la vita dei letterati sia un file .txt”, dal titolo «Read me».
Anche Franchi si lascia leggere, ma con tutt’altro stile. E si racconta per episodi chiave che ne tratteggiano convinzioni e stati d’animo in tutti i toni possibili che la vita gli concede di sperimentare. È spassoso e brillante quando descrive la stasi del rapporto di coppia arrivato al capolinea, alla cosiddetta fase Dvd, “indice di un crollo verticale del desiderio e della fine della magia”. O quando difende le sue collezioni di calici e boccali indiscriminatamente fatti fuori da mani femminili, rivendicando il gusto kitsch di prediligere i mug, perché “detesta le tazzine (sembrandogli) palliativi per non ammettere che non si è capaci a bere”.
Ma non manca di diventare pungente specie nei confronti del sistema. Di quello Stato che l’autore non nasconde di voler uccidere. Il viaggio nelle anomalie della situazione occupazionale comincia con il servizio civile a Roma Tre. È in quest’occasione che il giovane Orsini, suo alter ego, “scopre le reali dinamiche delle assunzioni degli impiegati e degli assistenti, capisce l’imbecillità della propria generazione sulla base delle domande rivolte quotidianamente” e soprattutto impara che “quando un professore si chiude a chiave in ufficio non significa che si deve concentrare”.
Le speranze del giovane neolaureato ottimisticamente proteso verso il mondo del lavoro, vanno a sbriciolarsi contro il terribile muro della legge Biagi e la derivante “opportunità di essere legalmente schiavizzato gratis et amore e cum laude”.
Ne derivano una serie di esperienze dall’effetto devastante: inseritore notturno dai turni interminabili, a farsi braccio umano di uno scanner con il caffè come unico appiglio per resistere tutta la notte. Poi redattore polivalente e capace di trasformarsi in facchino e distributore all’occorrenza. Franchi denuncia le assurdità di una società che “riconosce più diritti e più tutele a chi presta sostegno nelle attività domestiche, negandone in toto ai precari, agli interinali, ai laureati che finiscono nei call center con l’obbligo di portare riconoscenza al padrone”.
E la collera monta al pari dell’indignazione. È un progressivo spogliarsi di beate illusioni e falsi miti. Welcome to the village, titola l’autore sarcasticamente. Benvenuto nel mondo del lavoro, settore stampa ed editoria nella fattispecie. Perché è da dentro che comprendi veramente certi meccanismi e ti rendi conto che “spesso s’occupano posti nel quarto potere non per talento o intelligenza o spirito critico, ma per la propria affidabilità, a prova di bomba. Sei affidabile quando sei ricattabile. (…) Quando sei l’espressione di qualcosa: di un partito di un potere economico, di un’industria, spesso di tutte e tre le cose assieme. E allora scrivi pubblicità, miracolose marchette”.
La critica non risparmia nessuno e la ferocia è proporzionale alla delusione di chi si accorge di aver creduto ad una marea di cazzate, trovandosi suo malgrado a dover, invece, riscontrare come “il mercato abbia comprato l’editoria, a tutti i livelli”.
Non c’è nulla che non sia in vendita e la possibilità di esprimersi è garantita unicamente dal denaro, le radio libere sono ormai solo un ricordo. La rivoluzione di Franchi, allora, sta nel web, nel farsi “stagista di sé stesso, tirocinante della letteratura italiana. Grande lavoratore. Gratis”, per sé e per i suoi amici. È questa la scintilla da cui nasce Lankelot.
Ma non è affatto semplice e le cose si complicano ancora quando ci si sposta sul terreno dei sentimenti. Quasi come se ci fosse una sotterranea rivalità tra amore e letteratura. Perché “l’amore è un atto impulsivo, creatività d’ossessi e diktat di carne che chiede: carne. La letteratura è nemica della carne, sa soltanto evocarla. Per evocare la carne devi essere dio. E devi conoscere la carne. Carne”.
L’autore torna dunque a sfidare a Dio, radicato a quella convinzione secondo cui “l’arroganza ti rende incolume, è sexy”. Vale con i bicchieri, forse. I suoi nervi, invece, vanno in frantumi. L’unica strada è alcolizzarsi, anestetizzarsi, stordirsi per riuscire a scrivere. Per rievocare le donne avute e perse, per sospendere il tempo e cristallizzarlo, conservando l’intensità di quei momenti che sono “ripari della sua anima, il suo bisogno di consolazione”.
Il solipsismo si lascia carezzare dalla voce di Jónsi, che consacra il ricordo di un amore giovane e perfetto e straniante, in una notte che non vuole finire e in cui l’unica appartenenza è quella dei loro corpi che non smettono di volersi, perché mai prima era stato così: sono un solo nome e un intervallo senza tempo, Due parentesi bianche.
Bianche come quella nebbia che avvolge i binari di oggi e di ieri. Sulla tastiera del cellulare manca lo zero, niente spazi, solo separazioni laceranti.
Si mescolano i ricordi di lui adulto che vive una storia a distanza, con quelli di lui bambino legati alla figura materna. E cresce il rimpianto di non essersi sradicato dal sole e dal vento, dai suoi libri e dal suo mondo, per coltivare quel noi che ha senso. “E non riesce a dire niente perché lui e sua madre se ne sono andati sul treno sbagliato e non hanno mai avuto il coraggio di restare”.
Franchi però non conosce solo le tinte del rimpianto e sa spendersi in pagine altre dalla nostalgia, in cui “l’amore è possesso e non può essere niente di diverso” e il sentimento principe è la gelosia, non solo nei confronti di chi guarda, ma addirittura verso il sole perché “l’abbronzatura demarca confini, stabilisce quel che è tuo da quel che tutti possono vedere. La linea dell’abbronzatura è la firma del sole sulla pelle della tua donna, la conferma di una promessa che è diventata un patto. Là quando la pelle torna bianca, sei mia e mia soltanto; là niente e nessuno può altro che immaginare e lasciarli immaginare è una punizione esemplare, e una ragione d’orgoglio”.
Gioca con le sue debolezze e con i suoi vizi, inverte gli effetti di acqua e birra, dialoga con la sua micia, si descrive come un Dinosauro Postmoderno, racconta dell’istrice signore di Calvi, la stessa dei prati de L’inadempienza e dissemina citazioni evidenti e nascoste, senza mai perdere in coerenza ed organicità. Piuttosto fornendo preziosi indizi che arricchiscono la lettura di suggestioni. In questo senso anche gli interludi si rivelano preziosi con accostamenti letterari e non, in una girandola di nomi all’interno della quale trova spazio persino Cuchulainn, mutuato dalla mitologia celtica. Appare, quindi, evidente come nessuna scelta sia casuale, tutto si incastra con studiata precisione nella struttura del libro e la copertina di Ceccato risulta perfettamente simmetrica senza sminuirsi a mera illustrazione. Tuttavia le ibridazioni più frequenti sono quelle a carattere musicale, costituendo ormai cifra stilistica di uno scrivere che si lascia contaminare dal rock. In quest’ottica non stupisce che Franchi dedichi un’intera sezione alla musica. Ai ricordi di quegli anni in cui ancora non c’erano youtube ed emule, quando “tutto era più difficile, poco accessibile, molto bello”. Siamo negli Ottanta ed è incredibile quanto sia cambiato tutto. Quanto ci si possa sentire distanti dai ragazzini di oggi che non hanno la minima cognizione di quei tempi meravigliosi in cui “l’Europa era un grande sogno. Non una moneta”. L’autore snocciola i suoi ricordi condividendo le emozioni dei grandi concerti e si interroga sulle proprie percezioni provando a distinguere tra rito ed evento. Racconta “dei colpi di culo, dei lampi di genio e delle coincidenze fortuite che gli hanno regalato Radiohead, Nirvana, Pearl Jem, Jeff Buckley e Sigur Ròs”, facendo della sua discoteca un paradiso per le anime rock. Quelle vere che hanno imparato presto come “le classifiche non significhino un cazzo” e vanno dietro ai dischi meno pubblicizzati, collezionando B-side. Perché “il lato b è uno stato mentale. È la voglia di andare oltre, di sapere qualcosa di diverso e di difficilmente comprensibile – meglio ancora: di meno accessibile. È desiderio di conoscere qualcos’altro di una realtà che ami, di guardarla nuda, di intossicarti di dettagli e sfumature, di possederla per intero”.
Lo sa bene chi ha interiorizzato a dovere la Teoria e tecnica della compilation, conscio che un nastro tdk “era una dichiarazione d’identità”. Che “dietro ogni cassetta c’era una storia (…) e una valanga di pensieri” e quindi ognuna di esse costituiva “un frammento musicale del tuo DNA, pericolosamente consegnato a chi poteva addirittura decifrarlo”.
Pertanto si avverte, netta, una certa nostalgia nei riguardi di quel mondo perduto in cui la musica non era ancora ossessivamente presente, quale “cicatrice della peste della nevrosi”, e si era ben lungi dal ridurla ad intervallo o sottofondo, svuotandola di valore.
Ne deriva l’invettiva contro l’ascolto coatto, cui Franchi oppone la strenua difesa dell’arte tutta, ritenuta “l’espressione della sensibilità, dell’intelligenza e della volontà generale”, così come scrive nel sesto articolo dei Diritti del Letterato, non prima di dedicarsi alla Magica, che costituisce oggetto della penultima sezione.
Qui siamo davanti a pagine leggere eppure sentimentali, perché “il calcio è uno scacciapensieri”, un antidoto contro la solitudine, l’alienazione e i nervi a pezzi. Ma è qualcosa che sa anche “raccontarti tanto delle persone, della società e del tuo tempo”. Sa diventare metafora della vita, perché “per ogni Totti ci sono legioni di Vanigli, a ricordarci che il genio offende la massa”. Allora la Roma, così come l’Arsenal per il citato Nick Hornby, incarna un sogno di riscatto, cui si legano gioie indelebili: lo scudetto conquistato all’ultima di campionato, da abbonato, dopo diciotto anni di attesa; i programmi di Michele Plastino; le giocate di classe del Principe e in special modo le domeniche vissute allo stadio “vicino a papà a guardare uno spettacolo, imparando e condividendo qualcosa, divertendosi ed emozionandosi, sognando ad occhi aperti”.
Gli stessi occhi che aspettano la frontiera, da dietro il finestrino della Panda che attraversava il confine facendo di lui “un bambino addestrato alla schizofrenia”, scisso tra Roma e Trieste, Italia ed Istria, “cresciuto tra offese e insulti a diverse etnie che tragicamente coincidevano col suo sangue. Gli affetti più cari erano nemici fra loro, e parlavano lingue e dialetti diversi”. Da qui allora, la dedica agli esuli istriani, da qui la somiglianza con Trieste, nonché la pluralità di chi si riconosce straniero e “sceglie come patria la Letteratura, perché è terra di menzogne e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’esser vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme. Come questo libro, che si fonda su migliaia di verità e di bugie, di ricordi e di congetture, di fotografie e di radiografie”.


  • EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
    Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), detto Lankelot, ha pubblicato in poesia: L’imperfezione – Opera III (2002) e Ombra della fontana. (2003; Kult, 2006), poi confluiti ne L’inadempienza (Il Foglio Letterario, 2008). In narrativa: Disorder (Il Foglio Letterario, 2006) e Pagano (Il Foglio Letterario, 2007). In saggistica, ha curato la plaquette Lettere alle tre amiche di Scipio Slataper (Alet, 2007).È stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, Ouverture e Der Wunderwagen, tra 1997 e 2003. Dal 2003 è responsabile del portale indipendente di arti e scienze Lankelot.eu. Vive a Roma. Collabora con diverse testate, web o cartacee; lavora da consulente editoriale per la narrativa.

    Gianfranco Franchi, “Monteverde”, Castelvecchi, Roma, 21 aprile 2009.

venerdì 20 marzo 2009

Ofelia e la Luna di Paglia

Autori Contemporanei Narrativa

OFELIA E LA LUNA DI PAGLIA - Antonio Messina
ISBN978 - 88 - 7606 - 219 - 3
€ 12,00 - Pag. 160

ACQUISTA:

http://www.ilfoglioletterario.it/Catalogo_Narrativa_Ofelia_e_la_luna_di_paglia.htm

2122. La programmatrice Nina ha progettato un videogioco di ultima generazione. Si chiama Erasmus4 ed è stato commissionato da una potente multinazionale. Poi, Nina, per una sorta di incantesimo riesce a entrare nel videogame. Si è ritrovata a viverci dentro. Si sta orientando nel mondo nuovo. Altrove, un manager ha assunto Isabel per perfezionare il programma, per cambiarlo. Nina si accorge che qualcuno sta modificando il codice della programmazione, capisce che sta rischiando la vita, perché il malvagio Julius, un personaggio che doveva essere cancellato, la sta minacciando. Julius ora è vivo, agisce come un umano in carne e ossa: il videogioco sta uccidendo Nina. Il virtuale, adesso, è soggetto al male, agli inganni, all'errore. Avidità, prepotenza e invidia sporcano la fantasia. E così, come fiammelle, le creature si spengono dopo aver lasciato unsegno. Nell'infinito.

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venerdì 6 marzo 2009

OFELIA E LA LUNA DI PAGLIA

Ofelia e la Luna di Paglia.
Edizioni il Foglio Letterario

Prefazione di David Frati
postfazione di Marina Monego

dalla prefazione:

La prima volta che ho letto un libro di Antonio Messina non riuscivo a credere ai miei occhi. Perché il variegato panorama delle piccole e piccolissime case editrici italiane – diciamolo - magari ribollirà di energia e passione, ma di certo non abbonda in originalità. Tipicamente, ci si inserisce sulla scia del grande bestseller di turno: e allora piovono adolescenti che si spazzolano e si fanno spazzolare, complotti esoterici nei quali chissà perché ci sono sempre di mezzo i Templari, tortuose inchieste di poliziotti maudit e via citando. Nulla di male, anzi, ma sorprese nemmeno a parlarne. Invece, quel libro – si trattava de “La memoria dell’acqua”, per la cronaca – era drasticamente, eroicamente fuori sincrono rispetto alle tendenze e alle mode letterarie: Messina infatti in quello smilzo volumetto dalla bella copertina riscopriva la forma letteraria del racconto filosofico tentando un'ardita commistione tra la fantascienza del “Solaris” di Andreij Tarkowskij (più che quello di Stanislaw Lem), la rilettura della classicità dei “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese, la capacità di raccontare filosofia del Friedrich Nietzsche di “Così parlò Zarathustra”. Forse non la via maestra per raggiungere le Top 10 di vendita, ma un metodo infallibile per conquistare il mio cuore di lettore. Da allora seguo Antonio con affetto e ammirazione in ogni tappa del suo percorso, una linea retta piena di coerenza e lealtà verso il suo pubblico.
La stella polare di Messina è sempre la stessa, del resto, e lui la insegue con costanza, come i Re Magi, come un gps: la voglia bruciante di un altrove purchessia, il desiderio di non fermarsi nemmeno un minuto alla superficie delle cose, il bisogno costante di simboli. Il suo anelito verso l’assoluto, l’infinito, l’iperuranio però se possibile con questo “Ofelia e la luna di paglia” che mi onoro di presentarvi si fa più marcato, quasi doloroso. Il team di depressi tabagisti del 2122 protagonista del romanzo tenta di sfuggire alla miseria materialistica del proprio tempo (che, ahinoi, somiglia così tanto al nostro) ‘scaricando’ le proprie nevrosi (e i propri sensi di colpa, e i propri vuoti affettivi, e i propri sogni impossibili, e le proprie voglie di fuga, e,e,e) nella creazione di un mondo virtuale, l’ambientazione di un videogame di ultima generazione che si rivela più reale del reale. Ma la freccia direzionale non va solo dalla realtà verso Erasmus4 (questo il nome del gioco): anche i personaggi del videogame, ormai dotati di autocoscienza e sensibilità, fanno sentire le propria voce, che non è quella di semplici burattini senza anima, e reclamano un posto nella realtà, nella vita ‘vera’. A proposito, che cos’è la vita? Come di consueto, Antonio Messina utilizza come mero – ma sublime – pretesto il genere fantastico-fantascientifico per porre grandi questioni, indagare su temi profondi, scandagliare antichi misteri. E di questo possiamo soltanto ringraziarlo.


David Frati, giornalista medico, è uno dei curatori di Yahoo! Salute, portale dedicato all'informazione sanitaria. Critico cinematografico per 35mm, è fondatore e direttore di Mangialibri, una delle principali riviste sul web dedicate al mondo dell'editoria. Come copywriter e sceneggiatore ha collaborato con le emittenti televisive satellitari Studio Universal e Fox Crime e con la Ferrero (ebbene sì, molti dei personaggi degli ovetti Kinder degli ultimi anni sono farina del suo sacco). Vive a Roma.


Quarta di copertina


2122. La programmatrice, Nina, ha progettato un videogioco di ultima generazione. Si chiama Erasmus4, ed è stato commissionato da una potente multinazionale. Poi Nina, per una sorta di incantesimo riesce ad entrare nel videogame. Si è ritrovata a viverci dentro. Si sta orientando nel nuovo mondo. Altrove, un manager ha assunto Isabel per perfezionare il programma, per cambiarlo. Nina si accorge che qualcuno sta modificando il codice della programmazione, capisce che sta rischiando la vita, perchè il malvagio Julius, un personaggio che doveva essere cancellato, la sta minacciando. Julius ,ora è vivo, agisce come un umano in carne ed ossa: il videogioco sta uccidendo Nina. Il virtuale, adesso è soggetto al male, agli inganni, all'errore. Avidità e prepotenza sporcano la fantasia. E così, come fiammelle, le creature si spengono dopo aver lasciato un segno. Nell'infinito.


Antonio Messina (Partanna 1958) ha pubblicato l'Assurdo respiro delle cose tremule (2003) il fantasy - filosofico La memoria dell'acqua (Il Foglio 2006), il romanzo di fantascienza Le vele di astrabat (Il Foglio 2007) e la silloge Dissolvenze (Il Foglio 2008). Alcune sue liriche compaiono in antologie. Vive a Padova.


Prefazione di D. Frati. Postfazione di M. Monego.

Immagine di copertina: Angela Betta Casale. Realizzazione grafica: Sacha Naspini.© Edizioni Il Foglio 2009. 1a Edizione, Marzo 2009. ISBN 978 - 88 - 7606 - 219 - 3. Collana: Autori Narrativa Contemporanea. Direttore: Gordiano Lupi. Edizioni Il Foglio, Via Boccioni 28 - 57025 PIOMBINO (LI) www.ilfoglioletterario.it - ilfoglio@infoli.it.

sabato 24 gennaio 2009

In libreria- marzo 2009-
Ofelia e la Luna di Paglia.

Edizioni il Foglio Letterario.

prefazione di D.Frati
Postfazione M. Monego

sabato 6 dicembre 2008

Sacha Naspini in edicola con il nuovo romanzo.

Un autore di talento:
DIARIO DI UN SERIAL KILLER
SACHA NASPINI
SERED EDIZIONI
In tutte le edicole dal 20 dicenbre.
Un thriller mozzafiato, il mistero di un uomo venuto dal nulla, un passato cupo come una maledizione, una catena di omicidi con un solo elemento in comune: un cane... Un nuovo autore, un nuovo modo di scrivere i gialli per un libro che si legge senza mai interrompersi... e poi si ha voglia di ricominciare.
Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Ha pubblicato il romanzo “L’ingrato” (Effequ, 2006), il tascabile “Il risultato” (Magnetica edizioni, 2006). Nell’ottobre 2007 esce il romanzo “I sassi” (Ed. Il foglio), che continua a riscuotere un ottimo successo di pubblico e critica. Sacha Naspini partecipa al collettivo di scrittori UBV, Underground Book Village.È programmata per dicembre 2008 l’uscita di un suo nuovo romanzo per le Edizioni Il foglio, mentre è prevista per marzo 2009 l’uscita del romanzo “Never Alone”, per Voras edizioni. Un romanzo breve è in preparazione per la collana Short-Cut di Historica, nel 2009.In veste di copertinista, grafico e impaginatore è curatore della nuova collana Promo delle Edizioni Il foglio. Collabora con varie case editrici e riviste letterarie, sia come grafico e amministratore web, che come scrittore.
Sacha Naspini è rintracciabile a questi indirizzi:http://www.sachanaspini.euhttp://sachanaspini.splinder.comhttp://www.myspace.com/vaderrand0Il suo profilo facebook è stato attivato in concomitanza di questa pubblicazione.

giovedì 20 novembre 2008

Intervista a Gordiano Lupi

FONTE: PIOMBINO -Rivista telematica
Mercoledì, 19 Novembre 2008
Arte e Cultura
Interviste

Ho già parlato del piombinese Gordiano Lupi in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Avana Killing e della sua traduzione del blog di Yoani Sanchez, Generaciòn Y . In questi mesi Gordiano ha continuato la sua instancabile attività di promozione culturale (fra l’altro la casa editrice “Il Foglio Letterario”, di cui Gordiano è fondatore e ispiratore, parteciperà dal 21 al 23 novembre a “L’era dei libri”, prima fiera dell’editoria indipendente a San Vincenzo).
Gordiano è un appassionato cultore dei libri e della letteratura, impegnato in prima persona in una paziente diffusione del gusto per la lettura, sempre a caccia di nuovi autori, lui stesso valente scrittore. Siamo stati compagni di scuola per otto anni, dalle medie alla Maturità: abbiamo litigato un po’ su tutto, persino su Pascoli e D’Annunzio (ebbene, lo ammetto: ero e resto una fedelissima dannunziana mentre il buon Zvanì e il suo zuccheroso “fanciullino” mi sono sempre risultati piuttosto indigesti. Viceversa Gordiano non sopportava il Superuomo e il suo italico Vate: per fortuna ora siamo diventati ambedue un po’ più malleabili su questi argomenti), ma fra una discussione e l’altra abbiamo imparato a stimarci. E anche se non ci vediamo da tempo, Internet ci ha permesso di realizzare questa particolare intervista che spazia a tutto campo, dai libri alla politica, da Cuba a Piombino, dai consigli agli esordienti fino a considerazioni più generali sulla cultura nella nostra Città.

In primo luogo, vorrei che tu ci raccontassi qualcosa della tua esperienza di editore, oltre quello che possiamo leggere sul tuo blog e altrove: da quale esigenza è nata l’iniziativa del “Foglio Letterario” prima e delle Edizioni “Il Foglio”poi, com’è evoluta, in che modo essa si è rapportata con il tessuto culturale della nostra Città, quali sono le difficoltà che avete incontrato e, at last but not at least, qual è il tuo giudizio sulla situazione più generale delle “patrie lettere”, in particolare per quanto riguarda il mondo dell’editoria (per esempio per quanto riguarda la convivenza, e la concorrenza, fra editori maggiori e piccoli editori, se qualcosa è cambiato con l’avvento di Internet…). Visti i tuoi interessi, non mi dispiacerebbe un tuo giudizio sullo stato attuale della cosiddetta “letteratura di genere” in Italia (penso al successo di Faletti, Lucarelli, Wu Ming, Evangelisti e altri …).

Il Foglio Letterario è nato nel 1999 come rivista e soltanto nel 2003 si è trasformata in casa editrice non profit. Lo scopo iniziale era quello di avvicinare i giovani alla lettura e alla scrittura, ma anche di salvaguardare il patrimonio letterario lasciato da Aldo Zelli e Maribruna Toni. In parte credo che abbiamo adempiuto a questa missione. Per strada ho perduto Andrea Panerini e Maurizio Maggioni, ma si sono aggiunti altri compagni d’avventura come Sacha Naspini, Elena Migliorini, Fabrizio Manini, Vincenzo Spasaro, William Navarrete, Alessandro Dezi e tanti altri giovani che danno una mano per il sito internet, per la grafica dei libri e nel comitato di lettura. Siamo cresciuti grazie a internet e molti collaboratori non sono di Piombino, ma la vera riconscibilità della casa editrice c’è stata con le fiere del libro, dove vendiamo molto e siamo apprezzati. Fosse stato per Piombino tutto sarebbe finito da un pezzo e invece adesso possiamo permetterci di fare a meno di Piombino, perchè con i distributori, internet e le fiere vendiamo in tutta Italia. A Piombino le difficoltà sono enormi, almeno per me che raramente scrivo e pubblico cose che interessano ai piombinesi, ma anche per la casa editrice che si occupa di generi poco consoni al tessuto culturale locale. Sul mondo letterario italiano ho pubblicato due libri che mi hanno procurato un sacco di nemici (Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura e Nemici miei - editi da Stampa Alternativa) e rimando a quelli perchè il discorso sarebbe molto lungo. Sono reperibili in Biblioteca, credo. Tra gli autori che hai citato apprezzo molto sia Lucarelli che Evangelisti, anzi, di Evangelisti sono persino amico e ha fatto molte prefazioni ai libri editi dal Foglio che gli sono piaciuti particolarmente.

Mi piacerebbe che tu tentassi una sorta di identikit del lettore piombinese medio: si dice che i nostri concittadini leggano poco e non siano particolarmente interessati ad argomenti di carattere culturale e letterario, ma in fondo abbiamo quattro librerie, sta per aprire la Libreria Coop (a proposito, che cosa ne pensi?), ci sono diverse iniziative, sia spontanee, sia sponsorizzate dalle istituzioni. La situazione secondo te è così grigia come spesso si dice?
Infine, quali consigli daresti ad un giovane scrittore esordiente della nostra Città? certo, di non fidarsi degli editori prezzolati … e poi? Te lo chiedo perché mi capitano spesso alunni con velleità letterarie e se posso pensare di essere in grado di dare consigli stilistici, visto il mestiere che faccio, dal punto di vista pratico, ovviamente, sarebbe più opportuna la dritta di un addetto ai lavori!

Per quanto riguarda la Libreria Coop, non so quanto queste libreria siano davvero utili per fare cultura. A mio parere diventano dei supermercati del libro, degli spacci per best seller, che non danno il minimo spazio ai piccoli editori. Se a noi chiude La Bancarella, su Piombino non abbiamo uno spazio vendita… Il nostro distributore toscano è Promedi, un piccolo distributore che non ha accesso ai grandi canali. Per me sarebbero molto più utili delle Librerie Alternative, piccoli centri culturali dove presentare libri e fare cultura popolare. Era una mia idea quella di aprire una libreria del Foglio, ma l’ho accantonata per mancanza di fondi.
La situazione di Piombino ha il colore dello spolverino. Più che grigia, nera. Se fosse stato per Piombino, l’esperienza del Foglio sarebbe conclusa da tempo. Alla fiera di Pisa vendo 200 libri in 3 giorni e a Piombino vendo 20 libri in un anno… qui interessano soltanto i libri su Piombino e le storie locali. A un giovane scrittore esordiente consiglio di leggere molto, almeno cento volte di più di quanto scrive, di informarsi sulla casa editrice alla quale intende rivolgersi e magari di comprare qualche libro prima di proporre un manoscritto, per vedere se sono in sintonia. A me interessano molto i giovani autori: abbiamo una collana under 35. Se ne conosci di bravi dai pure la mia mail. Al Foglio non si paga per pubblicare. Di solito non si viene neppure pagati, ma ci diamo una mano a vicenda… In dieci anni abbiamo lanciato un autore che è stato finalista allo Strega ed è passato a Bompiani (Wilson Saba), uno che adesso pubblica con Cairo (Francesco Ongaro), un cubano da me tradotto che ha pubblicato con Stampa Alternativa e A.Car. (Alejandro Torreguitart) e altri che sono passati a Coniglio e Edizioni Clandestine.

E passiamo a Cuba. Ho letto “Avana Killing” (a proposito: complimenti!) e mi hanno colpito particolarmente i riferimenti alla santerìa, un mondo che evidentemente ti affascina. Si tratta solo di un tocco esotico o questo genere di tradizioni, che fra l’altro metti in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa , hanno per te un particolare significato?
Com’è nato quest’amore per Cuba e per la sua gente? Che cosa hai trovato in quest’isola così lontana che non avresti potuto trovare in luoghi e tradizioni a te più vicine? Insomma, che cosa rappresenta per te Cuba?

Cuba è una storia lunga e personale che nasce nel 1998. La mia seconda moglie è cubana. Il mio primo figlio è nato a Cuba. Mi sono innamorato di una donna, di una terra, di una cultura. Sono andato a Cuba da comunista convinto e sono tornato anticastrista. Dal 1998 lotto per la libertà di Cuba come se fossi un cubano in esilio e adesso il regime ha pure tolto il visto di rientro sia a me che a mia moglie (classificata controrivoluzionaria). Nessuno ha fatto niente per risolvere questa cosa. Non sono famoso come la Aguero… Cuba è per me un luogo dell’anima impossibile da dimenticare, la mia biblioteca è piena di autori cubani che leggo, rileggo e traduco. Sulla santeria ho pubblicato CUBA MAGICA per Mursia, ma ho pubblicato pure un libro sulla musica cubana, una serie di romanzi e racconti del mistero ambientati a Cuba (Nero tropicale, Orrori tropicali, Avana Killing) e un reportage narrativo che mi è costato l’ostracismo (Almeno il pane Fidel - Stampa Alternativa). A breve uscirà un nuovo noir cubano per Eumeswill e nel 2009 un altro ancora per Perdisia, nella colana diretta da Luigi Bernardi. La Mediane farà un libro forografico su Cuba con testi da me scritti. Per Rizzoli tradurrò il primo libro italiano di Yoani Sanchez, scrittrice cubana che sto aiutando nella diffusione del suo blog in Italia. A giorni uscirà per Il Foglio un nuovo libro di Alejandro Torreguitart da me tradotto: Il mionome è Che Guevara, un libro insolito sulla vita del Che, pieno di cose che a Cuba non vorrebbero mai dire….

Infine, naturalmente, un accenno ai progetti e alle iniziative future.

Progetti ce ne sono tanti, per fortuna. Non riuscirei a vivere senza fare progetti. Il Foglio si è sviluppato come editore di CINEMA, FUMETTO, LETTERATURA CUBANA, NARRATIVA UNDER 30, HORROR e FANTASTICO. Continueremo su questa strada che ci ha dato qualche soddisfazione, ma quando capita pubblichiamo pure saggi sulla musica (Cash), su Montale (adottato dall’università di Pisa), persino poesia (di buon livello - come il caso Maribruna Toni). Per quel che mi riguarda andrò avanti con i miei interessi che coltivo da anni: Cuba, traduzioni di autori cubani, cinema italiano di genere, narrativa di genere. A questo proposito uscirà a fine anno un libro di narrativa ambientato a Piombino intitolato CATTIVE STORIE DI PROVINCIA (Edizioni A.Car. di MIlano). Si tratta di una serie di racconti noir che rielaborano episodi di criminalità (caso Cantaridi) e li uniscono a elementi di pura fiction.

venerdì 31 ottobre 2008

Se la catena non si spezza- Franco Santamaria

Ti legherò a questa catena nell'angolo del salotto, qui, e sarai il mio affezionato cane da guardia." (p. 44)

Franco Santamaria
Se la catena non si spezza
Prefazione di Letizia Lanza-Postfazione di Pasquale Matrone
Bastogi Editrice, Foggia 2005

Il libro… Scarno il dettato, ispirato ai canoni del colloquiale – ossia del linguaggio dialettale parlato, reso più vivido dall'insistita ripetizione di idee e di espressioni; rapida la narrazione, talora scandita da tempi verbali in successione martellante. Senza leziosità o lenocinii retorici, senza ammiccamenti vani – al contrario, con brutale efficacia – la parola narrativa di Santamaria si disnoda consapevolmente realistica, benché non di rado invenata di squarci surreali o comunque fortemente allusivi...(dalla "Prefazione" di Letizia Lanza)… I racconti di Franco Santamaria sono fatti di pietre poggiate l'una sull'altra con impietosa e consapevole determinazione, non per edificare case eleganti e dalla architettura sofisticata bensì solamente aridi e sinistri muri a secco ricoperti di tetti di lamiera e di sterpaglie, pronti a ospitare dannati dalla schiena piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva di confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una sorta di irreversibile ferinità…(dalla "Postfazione" di Pasquale Matrone)

Ne hanno parlato:Anna Antolisei, Giuseppe Bearzi, Monica Borettini, Alfonsina Campisano Cancemi, Luigi Cannillo, Antonia Chimenti, Lucia Visconti Cicchino, Enza Conti, Aurelio De Rose, Calogero Di Giuseppe, Fioretti (www.limpidamente.it), Monica Florio, Antonella Iozzo, Letizia Lanza (Prefazione), Gianmario Lucini, Pasquale Matrone (Postfazione), Sandro Montalto, Federico Moro, Raffaele Piazza, Thomas Pistoia, Enzo Rega, Giulio Stocchi.
L'Autore
FRANCO SANTAMARIA è nato a Tursi, cittadina della provincia di Matera. Dopo lunghe permanenze a Taranto, Napoli, Afragola (Napoli), ora risiede a Poviglio-San Sisto (Reggio Emilia).Nonostante il lungo distacco, ha mantenuto vivo nel tempo il legame affettivo con la terra natia, simbolo del disagio e della sofferenza delle popolazioni del Sud, di cui si fa sincero portavoce.Laureato in Lettere Classiche, ha coperto la cattedra di Letteratura Italiana e Storia, per molta parte della docenza e fino al collocamento in pensione, presso l'Istituto Professionale di Stato di Afragola (Napoli), attivandovi numerose iniziative a difesa della legalità in un contesto geografico molto a rischio di contaminazione camorristica.Ha pubblicato: Primo lievito (poesie - Gastaldi, Milano), Storie di echi (poesie – Ferraro, Napoli), Echi ad incastro (poesie – Joker, Novi Ligure), Se la catena non si spezza (racconti - Bastogi, Foggia), Passaggi d'ombra (racconti - El Taller del Poeta, Pontevedra-Spagna).In www.modulazioni.it, oltre alle opere inedite, ha pubblicato da alcuni anni Parola e Immagine (opera sperimentale di poesia-pittura) e L'Immagine (catalogo dei dipinti).È presente in numerose riviste e antologie letterarie e in un centinaio di siti web e gallerie d'arte. È presente, altresì, in antologie critiche tra cui "Forme concrete della poesia italiana" di Sandro Montalto (Joker, 2008). In qualità di pittore, ha esordito da autodidatta nei primi anni Ottanta, esponendo con successo in Italia e all'estero. Alcune sue opere fanno parte di collezioni private; un'opera è stata donata alla BNL Gruppo Paribas per Telethon 2006. Ha rappresentato (per la pittura) l'Italia alla Quarta Biennale Internazionale dell'Arte Contemporanea di Firenze - 2003.Franco SantamariaVia Parma 149 - Poviglio-San Sisto (Reggio Emilia)www.modulazioni.it - frasmari_fs@alice.it

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