Roberto Mistretta sulle orme di Camilleri


Il canto dell'upupa in libreria
Disponibile dal 31 gennaio, in tutte le librerie: "Il canto dell'upupa" , un'indagine del maresciallo Saverio Bonanno".

Leggi le prime pagine di "ll canto dell'upupa"
Aveva tuonato e pure un lampo aveva spaccato il cielo, illuminandolo di blu. La berlina si parò di fronte all'improvviso. Aspanu frenò d'istinto, con violenza rotò il volante contromano per evitare l'impatto, gli pneumatici morsero il terriccio ai bordi della strada tornata buia. La corsa della station wagon si arrestò in un appezzamento arato di fresco. Sassi bruni coperti da scaglie nere affioravano dalla terra grassa. Un secolare carrubo offriva le fronde a stelle e luna."Che minchia fai?" imprecò Aspanu scendendo dall'auto. Era furente ma le gambe si erano fatte di ricotta per lo spavento. L'imprecazione si assopì in gola, mentre il colpo gli arrivava dritto sparato ai reni, saliva per la spina dorsale e gli esplodeva nel cervello e negli occhi, milioni di scintille gli baluginarono innanzi mentre sputava lontano il respiro. Un secondo, violentissimo treno in corsa, si arrestò contro la punta dello stomaco. Le costole scricchiolarono, i polmoni compressi emisero sbuffi soffocati. Aspanu cadde per terra, disarticolato e senza fiato. La paura lo devastò quanto la sorpresa, mentre quasi morto si chiedeva chi fossero le due gigantesche ombre armate di pugni ammazzacristiani. E soprattutto, cosa volessero da lui."Figghi di garrusi che schifio volete?" riuscì a pronunciare con voce rotta.Nessuna risposta, respiro roco, la punta rinforzata di una scarpa calò a spaccargli labbra e denti, la luna gli riempì lo sguardo appannato, sembrò danzare in cielo e vestirsi di scarlatto, ma forse era soltanto il colore della sofferenza che lo stava mordendo. Lontano si udiva il latrare dei cani randagi. A volte nelle notti così i suoni di uomini e bestie si confondono.Il pestaggio durò a lungo. Aspanu svenne. Le corpulente sagome calarono sul suo corpo un'infinità di colpi sistematici. Smisero soltanto quando di lui rimase un groviglio sanguinolento di membra attorcigliate e piagate. Dalla bocca spaccata gli fuoriuscì un flebile lamento che nessuno raccolse. Anche i randagi si erano allontanati.Il più corpulento dei due aggressori disse: “La lezione ci bastò a questo carogna, piglia la macchina e filiamo".Mentre l'altro si allontanava a recuperare la berlina, l’omone sbottonò la patta, prese in mano il membro e indirizzò sulla faccia pesta e irriconoscibile di Aspanu un fiotto caldo e puzzolente. Aspanu aprì con enorme difficoltà gli occhi gonfi ad un dolore senza voce che urlava dentro ogni fibra del suo corpo, aveva una gamba ed un polso spezzati, sette costole fratturate e la bocca in poltiglia. "Intendimi bene pezzo di fango, se io e te ci avessimo a incontrare un'altra volta, non ti vattio con la mia pisciazza ma con l'acqua santa del parrino. Prima di fare il furbo con chi non dovessi, la prossima volta pensaci bono, ricordatillo" minacciò l'uomo continuando a orinargli in faccia.Fu l'ultima cosa che Aspanu udì prima di sprofondare nel mare liquido di carboni accesi che lo ustionavano, scorticandogli la pelle morbida e lasciandolo precipitare in un abisso ribollente di mani serrate a pugno che lo tempestavano da ogni parte. Anche l'incoscienza a volte può essere un incubo.Era stata una notte fredda, e a un certo punto gli era parso che avesse tuonato. Allora si era alzato e a piedi nudi era andato a controllare in camera di Vanessa. Nel silenzio, un respirare leggero, di piuma. Nonostante il temporale l’avesse inquietata da sempre, la bambina dormiva tranquilla. Merito di Ringhio, il setter né grigio né marrone che le aveva regalato qualche mese prima, prelevandolo direttamente dal canile di Vanni Lenticchio e issando bandiera bianca alle guerra senza esclusioni di colpi condotta da Vanessa, con la complicità della nonna. Fra sua figlia e il cucciolo era stato subito amore. Per lui era iniziato l’inferno. Laghi di pipì maleodorante, divani sfilacciati e pelo dappertutto, lo spettacolo che rinveniva ogni mattina al risveglio. E poi quell’abbaiare continuo che aveva inasprito i rapporti con i vicini e che gli faceva rimpiangere il giorno in cui si era lasciato commuovere dalla piccola furia. Anche la sera prima aveva avuto un battibecco con Vanessa. Il motivo era sempre lui: Ringhio. Nonostante la cuccia accogliente in giardino, la bestiola non la piantava di ringhiare finché non la lasciavano entrare in casa.Quella mattina il maresciallo Bonanno uscì di casa con la luna più storta di un chiodo massacrato. La lettura dell’oroscopo non lo aveva conciliato col mondo, anzi: “Giove rende problematici i rapporti con i figli; Nettuno quelli con fratelli ed amici, Urano provocherà grattacapi nell’ambiente di lavoro, soprattutto per i nati nella seconda decade”."Peggio di così" disse rassegnato dirigendosi alla Punto. Neppure a dirlo, era nato nella decade scalognata. Prese una sigaretta dalla tasca della giacca, l’accese e lasciò che il fumo gli solleticasse la gola mentre si infilava nella Punto e abbassava i finestrini. La luce abbagliava. Stilettate bianche che colpivano gli occhi, ti ci potevi perdere dentro, e facevano apparire surreali i contorni delle cose. Bonanno conosceva a memoria la strada che lo portava in Caserma, tutti i giorni le stesse curve, le stesse buche, le stesse case. Ma la monotonia dei gesti e del paesaggio non lo disturbava affatto. Anzi, quasi lo rilassava, gli lasciava tempo per sé, per caricarsi quel tanto che bastava per affrontare la rogna, o le rogne, che immancabilmente lo aspettavano.Saverio Bonanno era un abitudinario. Il secondo caffè del mattino lo consumava al bar Excelsior, nome importante per un buco di periferia che di eccelso aveva i cornetti fatti a mano, ripieni di cioccolato fondente, impastati e infornati dalla moglie del barista. Era una donna di scarse forme, un manico di scopa ricurvo, con gli occhi cerchiati e i capelli spaghi. Ma le mani erano sante. Sante mani che, quando toccavano, producevano pura grazia di dio. Con quelle dita legnose, la signora Maruzza preparava una cioccolata densa che serviva a farcire i cornetti lasciati a lievitare l'intera nottata. Era marrone, cremosa, profumata. Al primo morso, bucava il cornetto e zampillava fuori, se non stavi accorto ti inondava la bocca, colava sulla camicia e poi erano cavoli lavare via la macchia. Sua madre, donna Alfonsina, che di bucato se ne intendeva, aveva faticato mesi per far tornare come nuova la camicia bianca da cerimonia, finché si era arresa e Bonanno si era tenuto l’alone. Quando il maresciallo affondò i denti nella pasta ancora calda, provò sincera venerazione per l'inventore del cioccolato. Assaporò ogni boccone con calma, masticando piano, per evitare di concedersi il bis. "Il cafè non lo pigli stamattina Saverio?"Prima ancora di voltarsi, il maresciallo riconobbe la voce di Tonio, l'amico addetto al bancone della farmacia Cusumano. Era contento di vederlo."Due espressi belli scuri" ordinò il maresciallo. Notando lo sguardo sornione di Tonio, incollato al poco che rimaneva del cornetto, aggiunse: “Un cornetto per l'amico qua presente. Il mio caffè col dolcificante per cortesia” chiese, pentendosene subito.Tonio si rilassò. Bonanno intuì che era pronto per una delle sue solite battute e lo prevenne: “Se t’azzardi a ridere, ti sputo nella tazza” disse.“Io? Guarda che ti volevo solo informare che mi stanno arrivando delle pasticche portentose, ne mandi giù una al giorno e dopo due settimane sei un grissino".“Si dimagrisce sul serio?” chiese Bonanno. Negli ultimi tempi, complice una vacanza a Ustica, si era lasciato andare e non riusciva più a contenere la pancia, nemmeno con la divisa che di solito lo sfilava.“Certo, ingolli solo pasticche e nient’altro per tutto il santo giorno e oplà, il gioco è fatto. Ti sono concessi un pomo verde e due litri di acqua, mattino e sera. Cura neozelandese. Risultati garantiti, chili smaltiti non meno di dieci e ricovero in ospedale per riprenderti dal collasso".Se gli occhi di Bonanno fossero stati lupara, Tonio avrebbe ultimato di bere il caffè in compagnia di angeli e serafini. Risentito del tiro mancino, lo salutò appena e si infilò nella Punto, prendendosela con astri ed astrologi. Svanito l’effetto del cornetto, arrivò in caserma più torvo di come era uscito di casa e si preparò al peggio. Stando alle previsioni, Urano tramava annunciando discussioni coi colleghi. Non che i motivi mancassero. Anzi. Marcelli, il collega comandante di Stazione meno anziano di due mesi, non digeriva gli incarichi come comandante di Compagnia assegnati a Bonanno in assenza dell'ufficiale di comando. Come se a lui piacesse sobbarcarsi quelle rotture. Nella sua qualità di comandante del NORM, Nucleo Operativo Radio Mobile, già aveva abbastanza rogne, figurarsi ad avere sul groppone otto Stazioni sparse nella Montanvalle, con quelle strade poi. Per non parlare della guida del suo brigadiere capo Attilio Steppani, roba da arresto immediato, con la voglia di scaraventargli la chiave nel fiume Salito e chi s’era visto s’era visto. Il capitano Basilio Colombo, buon per lui, s'era maritato la caliente vedova che al posto della bocca teneva un ferro da stiro sempre acceso ed era stato trasferito ad Avellino. Ragione per cui Bonanno era stato di nuovo incaricato di sovrintendere la Compagnia dei carabinieri di Villabosco. Il colonnello Eugenio Latella, lo aveva rassicurato: “Tranquillo Bonanno, al massimo entro un paio di mesi il nuovo comandante sarà nominato e lei tornerà ad occuparsi solo del suo amato Nucleo Operativo”. Bonanno però portava in dote lo sbirrume pizzicantino e la puzza di arso l’aveva annusata subito, e s’era rassegnato. I movimenti degli ufficiali avvenivano in estate mentre il calendario segnava appena novembre. Si preparava un finale d’annata assai rognosa. Lo sentiva a naso.

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