sabato 29 marzo 2008

L'Urlo e il Sorriso- M. Monego E. Campofreda

  • L’URLO E IL SORRISO
  • di E.CAMPOFREDA e M.MONEGO

Opera prima di Enrico Campofreda, giornalista pubblicista romano, e di Marina Monego, letterata veneziana, “L’urlo e il sorriso è una raccolta di racconti (venti) dedicata alle memorie d’infanzia e d’adolescenza non soltanto dei due autori, ma della nostra Repubblica. Qui troverete, e riscoprirete, l’Italia cristallizzata nel momento del boom economico; del passaggio dalla vita nei campi, o sulla strada (comunque: all’aperto) all’ingresso dei primi fondamentali elettrodomestici. La categoria di riferimento è senza dubbio il neorealismo. Scrive Ferroni a proposito del neorealismo, dopo aver evidenziato le sue origini cinematografiche: “Subito dopo il 1943 esso si estese anche all’ambito letterario, con varie oscillazioni e sovrapposizioni con altri termini (come realismo in generale, socialrealismo e più tardi anche realismo socialista): chi lo prendeva in accezione positiva sottolineava la novità del fenomeno e insieme il suo collegamento con la grande tradizione ottocentesca (…); chi lo prendeva in accezione negativa ne sottolineava il carattere occasionale, troppo legato alla cronaca immediata, e gli opponeva l’ipotesi di un realismo più maturo e cosciente” (“Storia della Letteratura Italiana”, Il Novecento, p. 386). In comune con la categoria l’uso circostanziato e semplificato dei dialetti; la sensibilità nei confronti della condizione piccolo borghese o proletaria, popolare in genere; naturalmente, l’epica minima del periodo postbellico. Considerando le passioni dei due autori – ribadite in una serie di articoli – nei confronti rispettivamente di Pasolini (C.) e Pavese (M.), direi che il quadro si chiarisce senza particolari difficoltà e senza nessuna evidente contaminazione con altri generi, eccezion fatta per una incursione nel fantastico popolare (spettri di campagna) di gusto romantico. Il testo tiene sulla base di questi presupposti; come opera neorealista e chiaramente minimalista, caratterizzata da un’efficace ripetizione di bozzetti (post-verghiani) dell’Italia che è stata e che non si può dimenticare, nella sua splendida e generosa povertà e nella sua incredibile voglia di vivere e di risollevarsi. È una raccolta di racconti che potrebbe riscuotere consensi nelle scuole medie inferiori e superiori, come supporto didattico, per raccontare la storia della maggioranza assoluta del Paese, in quelle decadi; popolare, cattolica e comunista, vitale e vincolata alla poesia delle piccole cose. È una raccolta che potrebbe, in altre parole, mostrare – in emblematica differita – una fotografia in bianco e nero dell’Italia: in questo senso, riveste un interesse più storico e documentaristico che letterario, sic et simpliciter. In questa direzione sono andati Campofreda e Monego, rinunciando a dichiarare la pur riconoscibile paternità delle opere pubblicate: quasi fosse un canto popolare, un’opera a quattro mani ideata a priori e non una raccolta di prose composte in anni e città differenti, assemblata e amalgamata a posteriori. La scelta, esteticamente e ideologicamente, è comprensibile e plausibile; supportata dall’adozione di una sovrastruttura – titoletti dedicati a “campagna” o “città” – che accompagna ogni racconto. La campagna diventa città: la plastica prende il posto dell’alluminio. La televisione, intanto – come annota Arace nella prefazione – uniforma linguisticamente la Nazione omologandola culturalmente. Oggi ne paghiamo le nefande conseguenze. All’epoca non credo si potessero nemmeno congetturare. La campagna diventa città, e la città versa cemento sulla terra; a Roma è l’epoca delle grandi costruzioni dei palazzinari, ma è ancora il tempo in cui Alberto può mettersi in tasca le lucertole e tenere al riparo dalle velleità di “orrendo olocausto” (p. 8) degli amici. A Venezia si gioca nel bosco a pallone; ragazzini e ragazzine s’incontrano per dividere una crostata, ciascuno al suo posto; oppure costruiscono un castello sulla sabbia. E magari due amichette corrono nel tunnel verde del campo di mais, nemici unici gli insetti, la polvere e le foglie. Ancora: corse tra zolle e zolle, e scivolate sul ghiaccio. Piccoli incidenti che stabiliranno complicità, e segreto agli adulti. Arriva anche il treno, le rotaie attirano e fanno paura. Ci puoi giocare ma con cautela, al limite bruci qualche monetina. A Roma si va a rubare il melone di Don Guarino, perché è il più buono e il più grosso; è proibito da leggi anche non scritte, firmate dal popolo, ma a quella tentazione non si resiste. La scuola ne esce male: maestre sanremesi confondono “cinguettii” con “cinquettii”, pronte a difendere l’errore sino all’irrichiesta prova del dizionario, e nostalgici del regime addestrano i giovani maratoneti a scaldarsi col cognac. Il ghiaccio si compra, mancano i frigoriferi; si compra a blocchi, e bisogna sbrigarsi a portare il gelo a casa… e quando in borgata c’è qualche coatto che vuole menare, si va in palestra a tirare di boxe. In Veneto si ripetono antichi riti contadini; si bruciano le cose vecchie – magari libri di Matematica – per salutare la vita che cambia, ché si va all’Università; a Roma i ragazzi di via Arena organizzano un’Areniade mentre a Città del Messico la polizia spara sui dimostranti, la televisione non ne parla (p. 69). Altri organizzano una visita (con doni: i coppertoni da bruciare) alle mignotte, per scoprire almeno com’è fatta una donna. Questi sono una buona parte degli argomenti dei racconti, proposti dai due autori in maniera magari malinconica ma non nostalgica. La lingua di Campofreda mostra maggiore sensibilità nei confronti della presa diretta del dialetto, raccontando una Roma, quella di borgata, di pasoliniana memoria; lo stile, a metà tra gran giornalese alla Brera e letterario, non è estraneo a preziosismi (cfr. “Meloni a ferragosto”) e spesso, nella narrazione, si registrano improvvisi “movimenti di macchina”: si cambia protagonista, raccontando un’altra storia o l’epilogo della storia stessa con altro taglio. Immagino significhi che il protagonista è il popolo. L’impatto, talvolta, spiazza (cfr. “Calciatori”: Alvaro e Nando, i fratelli ex poliomielitici, perdono la scena per lasciare spazio a un innamorato del pallone e a un torneo prossimo a venire) ma i significati mi sembrano chiari. La lingua di Marina Monego è piana ed equilibrata, e molto descrittiva; protagoniste delle sue vicende, tendenzialmente, amiche o una ragazzina: si riconosce più facilmente la trasfigurazione di esperienze personali, per questa via, e la prima persona tende a fare capolino tra le righe. I due stili – e le due lingue – si incontrano con efficacia, offrendo un doppio spaccato, periferico capitolino e veneziano e mestrino, accattivante e divertente. “L’urlo e il sorriso” si lascia leggere in poche ore e rimane impresso: subentra il desiderio di tornare in cerca di luoghi che non più esistono se non nella provincia e nelle campagne, è naturale comparare la società contemporanea con quella del boom; siamo tecnologicamente evoluti e i servizi sono estremamente migliorati, pur restando mediocri: e tuttavia siamo distanti perché stentiamo a riconoscere innocenza e ingenuità nel nostro tempo. Qui ne troverete tanta, e non vi dispiacerà: è facile riconoscerla, difficile era cristallizzarla. Da leggere. Scrive – a proposito del libro – Marina Monego: «Ho scavato tra le memorie della mia infanzia e i ricordi sono emersi l’uno dopo l’altro talvolta nitidi, talvolta nebulosi e frammentari. Confrontandoli con la realtà mi sono resa conto che molto era cambiato con gli anni: tanti paesaggi ormai erano irreperibili, le campagne erano state lottizzate e ricoperte da schiere di villette e da capannoni industriali, il prato dei giochi, rimasto intatto per anni, ospitava ora una piscina e le fattorie dei contadini giacevano diroccate e deserte, mute testimoni di una civiltà sparita. Certi divertimenti e certe libertà erano ormai precluse ai ragazzi di oggi, che li trovavano stravaganti e lontani. Il ricordo non poteva andare perduto: bisognava dargli una voce e tramandarlo, non per lodare il buon tempo antico, ma perché la memoria è fondamentale, contiene le nostre radici, le origini, può aiutarci a capire quel che siamo diventati e forse quel che diventeremo. Una persona senza memoria è perduta, non c’è possibilità di dialogo e d’interazione, la dimenticanza crea confusione mentale, nulla si distingue più. Un popolo senza memoria rischia di smarrirsi e di ignorare da dove proviene e dove vuole andare. Riscoperta dunque delle radici, ma non solo. Nella dimensione del ricordo e dell’infanzia tutto si colora e si dilata, interviene la fantasia a correggere, a raccontare non solo quel che si è fatto – avremmo altrimenti una serie di fotografie del passato – ma quel che si sarebbe voluto fare e i luoghi si modificano, si trasfigurano e lasciano spazio agli inneschi narrativi. Nell’infanzia sono accaduti fatti fondamentali: hanno plasmato il nostro io attuale, allora non ce ne rendevamo conto, ma attraverso giochi, filastrocche, violazioni del divieto, liti, complicità, crescevamo. La campagna o la città diventavano emblemi, tappe di un itinerario, simboli di un particolare momento della nostra vita e, di riflesso, della società tutta, quella società del boom economico e della speculazione edilizia, che avrebbe stravolto modi di vita sedimentati da secoli. Tra città e campagna si muovono bambini e bambine o adolescenti alle prese con i divieti genitoriali, le leggende del passato, le amicizie esclusive e le liti che fanno crescere. I protagonisti sembrano compiere gesti minimi, che tali appaiono solo al mondo degli adulti, per i ragazzi sono importanti ed emblematici, costituiscono avventure di cui vantarsi con gli amici. La campagna è quella veneta, con le ampie distese di mais e i filari di pioppi all’orizzonte; la città è Venezia, fatta d’acqua, pietra e di giardini nascosti, ricca ancora di vita popolare in calli e campielli. Di mezzo c’è Mestre, volutamente ignorata, paese grigio con ambizioni di città, cresciuto in fretta e senza piano regolatore. Mestre è il non-luogo nei racconti, non ha valenza simbolica, non ha colore, manca di bellezza. In questo dualismo città/campagna si muove soprattutto Flavia, personaggio ricorrente, alter ego infantile: timida, sorvegliatissima dalla famiglia, Flavia cresce tra due realtà, rischiando di non appartenere totalmente a nessuna. Sradicata da Venezia in tenera età, ne serba la memoria per sempre, ma non può ignorare le voci degli avi contadini e montanari, né quel dialetto di Terraferma imparato e parlato di nascosto dai genitori, né il fascino che la campagna, in qualunque stagione, esercita su di lei. Vive sospesa, chiedendosi spesso se e a quale mondo appartenga. Luogo-simbolo della memoria è spesso la casa contadina, grande testimone di ere passate e di generazioni antiche. È motivo di tristezza vederla abbandonata (e fa riflettere sullo spopolamento delle campagne, che non davano più da vivere, costringendo la popolazione a spostarsi verso le mortifere fabbriche di Marghera). È stato naturale scrivere questi racconti e poi accostarli a quelli di Enrico, più connotati storicamente, ma non privi della stessa dimensione evocativa di un periodo passato e di un’infanzia ricca di avventure. Così ritroviamo da un lato le gare di “campanon” tra bimbe veneziane e le “Areniadi” dei ragazzi romani di borgata, o il piccolo Alberto affascinato dalle lucertole tanto da riempirsene le tasche e l’armadio e le bambine che s’avventurano nella traversata di un campo di mais. L’una vicenda fa da contrappunto all’altra, pur nella diversa collocazione regionale, delineata anche linguisticamente: insieme formano l’immagine di una realtà diversa, più essenziale, poco tecnologica, ma a suo modo, ricca».
  • Marina Monego, (Venezia, 1961), scrittrice e critica italiana, laureata in Lettere Moderne con una tesi sul Viaggiare Settecentesco. Collabora con diverse testate web.
  • Enrico Campofreda, (Roma, 196x), giornalista pubblicista, critico e scrittore italiano, laureato in Lettere Moderne con una tesi in Storia dei Partiti Politici sul movimento operaio edile nell’Italia giolittiana. Attualmente collabora con diverse testate web e con “Il Manifesto”.
  • Enrico Campofreda, Marina Monego,L’urlo e il sorriso”, Di Salvo Editore, Napoli 2007. Prefazione di Nadia Arace. ISBN 8860330122
Larga parte dei racconti erano originariamente apparsi su www.lankelot.com. Assieme, Campofreda e Monego avevano già scritto su “Le ceneri di Gramsci” di Pasolini.

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