Strawberry-stop Luciano Troisio di Fortuna Della Porta

  • Luciano Troisio
  • STRAWEBERRY - STOP
  • LietoColle 2008

  • Fortuna Della Porta nasce in provincia di Salerno e lì ha vissuto per anni. Dopo la laurea in lettere per quasi un ventennio si è dedicata all’insegnamento, trasferendo nella professione l’interesse per la classicità e la parola poetica. Ha pubblicato due volumetti di versi: Rosso di sera, ed. Il Calamaio e Diario di minima quiete, ed. LietoColle. Presso la medesima casa editrice è in stampa la nuova raccolta poetica Il Viaggio. Un poemetto di circa 1000 versi, Canto Primo, è apparso sul periodico letterario Poiesis. Recensioni, articoli, racconti e il dramma Scacco al re sono stati pubblicati in siti specifici della rete, mentre alcune raccolte inedite, e Rosso di sera, si sono segnalate tra i vincitori o i finalisti in alcuni premi (J. Prévert, E. Morante, G.Lorca, Baudelaire, Albatros). È presente con suoi testi in numerose antologie. Collabora con piccole case editrici e con alcune riviste letterarie sia cartacee che on line. Vive ormai stabilmente a Roma.

La domanda che affiora dopo lettura è ovvia: cos’è l’altrove per Luciano Troisio. Sembra distanza geografica, la più esotica per essere il meno facilmente accessibile, ma è anche l’intervallo dalla materia oscura della psiche e della mente, in cui sedimentano le istanze-angosce-straniamenti della nostra specie, comprese quelle relative alla cosmogonia.
L’altrove rappresenta allora un doppio limite –il secondo è, appunto, quello degli abissi nel guazzabuglio personale– in cui deporre all’ormeggio la propria umanità, il fin dove si può giungere per capire.
L’occhio occidentale è esausto, portatore di un malessere profondo. L’epoca delle utopie, che dovevano risistemare il mondo e i sogni, è finita, il neoilluminismo, che supporta sempre qualche ragione di ottimismo, si è infranto sull’impossibilità di guarire l’ecosistema da malattie vere o figurate, la corsa agli armamenti giunge al traguardo cruento di conflitti replicati. Una nube –in senso proprio- oscura i cieli e i nostri polmoni. Disuguaglianze e ingiustizie sociali si accentuano.
Ma il disorientamento appartiene alla mente, che è capace di valutare il degrado oggettivo, ma soprattutto il vuoto dell’agire, ossia la conturbante mancanza per l’essere umano di prospettive e di finalità.
Nella perdita di senso e identità si scavano baratri tra il sé e gli altri, afasia che una volta si designava con una parola condivisa: incomunicabilità sia in senso orizzontale –col proprio simile- che verticale –con pulsioni e nevrosi- sempre in agguato nonostante il soccorso della terapia. Di tanto in tanto l’accidia.
Non è possibile, allora, –almeno l’artista non può- sottrarsi alla ricerca di vie alternative, spingendosi all’oltre. Il tragitto comincia proprio dove entrano in crisi i punti di riferimento e l’alto e il basso –cielo e terra- perdono di significanza e non hanno più nulla da dire.
La letteratura, è noto, si è occupata di viaggi dall’antichità. Le peripezie di Gilgamesh, quelle di Ulisse, soprattutto il nocchiero dantesco, quelle di Enea, di Marco Polo, dall’avventura non solo letteraria, mai sono mai state soltanto percorsi fisici e hanno sempre proposto il viaggio come metafora esistenziale, un interrogarsi sul mondo e sul senso del leasing terreno, come lo definisce Troisio, qui dove rispetto all’altrove e al complessivo/ tutto risulta parziale. E si deduce pure dalla citazione che lo stesso lemma altrove, qui usato più volte, appartiene di diritto a lui.
Non credo però che nell’opera in esame il percorso si vesta delle tinte della spiritualità di altri noti viaggi di purificazione e rinascita all’oriente –vedi Hermann Hesse o tutta la processione della beat generation che amava coprirsi di qualche misticismo e allargava il concetto di itinerario anche al viaggio indotto con droghe - né, pare, voglia dare l’immagine del villaggio globale dipinto da McLuhan, anzi l’oriente di Troisio è proprio luogo distante.
Piuttosto, rimanendo al periodo, mi è venuto in mente Kerouac e il suo spostarsi in avanti, in un’indaffarata ricerca di qualcosa di indefinibile, ma pur sempre ineludibile.
Quindi esistere è distanza dalla metà./ Toccarla è la fine.
Il significato della ricerca contiene allora uno scopo in sé. Fuga o sete di conoscenza, muovendosi si tiene lontano il crepitio dell’ordinario e, infatti, riprendendo il filo del quotidiano, la ruvida ripresa di contatto col mondo/ (reale?) ogni volta è un vero trauma.
In Strawberry-stop manca non solo l’illusione di trovare una possibile quiete, ma anche la foga nel descrivere. L’atteggiamento è attento, ma non emotivo. Nelle società occidentali si impara presto a gestire in solitudine l’attraversamento della frontiera. Il saggio -o il poeta o forse l’avventuroso- giunge stoicamente all’atarassia per una questione di sopravvivenza. Una cosa è certa: l’oriente-altrove non è il luogo della rivelazione, del resto il diario di viaggio non sembra annotare la fiducia di trovare alla fine sollievo. Anche lì, in un’area archeologica induista sono cresciute erbacce e vige l’abbandono. L’ironia è l’arma talora corrosiva di cui più spesso si serve Luciano per allontanare il reale, deformarlo a volte con una lente d’ingrandimento e forse avere ragione della propria disperazione. Nella migliore delle ipotesi la resa è ad un agnosticismo invulnerabile.
Per noi non è possibile arrivare a conclusioni/ non si può negare né affermare.
Le categorie, in senso kantiano, che ci contengono –vedi il tempo- non sono definibili e tali postulati, che delimitano la sua posizione rispetto al mistero, sono numerosi e seminati di tanto in tanto dall’autore nei versi in maniera anodina. Non ci sono abbandoni.
Lo sguardo è attento, la penna abile, con esiti talora di puro lirismo: sono tinte di tale bellezza da rimanere/ nell’intimo ineffabili. Simile è anche la tenera divagazione sull’uccellino cui prestano attenzione soldati nel pieno della battaglia, quando uno di essi in quell’orripilante macello di vite declama in greco antico: eos rododaktylos, aurora dalle dita di rosa.
In verità Troisio ha senso estetico sicuro, del resto se la beltà esiste per suo conto/ però deve esserci qualcuno almeno a trascriverla, mostrando una perspicacia che al minimo dettaglio osservato trova collocazione.
L’autore ha formazione classica ed essa fa capolino ovunque, nel lussureggiante lessico, dominato o domato, nel rigore esemplare e sapiente della costruzione. Rime interne, giochi di parole, un barocco sfolgorio di incisi e forme accese e qualche volta sontuose non modificano, difatti, l’impressione di una poesia naturale, persino di tanto in tanto prosastica, in piena –apparente- libertà da cappi prosodici o metrici.

Roma, 20 marzo 2008
Fortuna Della Porta

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