mercoledì 7 novembre 2007

Lankelot eu. Le Vele di Astrabat M. Monego


Messina Antonio - Le Vele di Astrabat-edizioni Il Foglio

“Le vele di Astrabat” è un libro composito e complesso: è costituito da due romanzi brevi giustapposti, coordinati da una terza vicenda che riunisce le trame e forma una sorta di cornice, nella quale una coppia dialoga di fronte al mare e l’uomo si rivela essere uno scrittore, che inizia a leggere alla compagna “Le vele di Astrabat”.
Il secondo romanzo invece potrebbe intitolarsi “I cerchi di Talete”, ma questa è solo un’ipotesi critica, non essendo il passaggio fra i testi evidenziato in alcun modo. Il lettore condivide così il senso di disorientamento del personaggio narrante.
Per leggere Messina è opportuno lasciarsi catturare dal flusso delle immagini e dei colori ed essere disposti a salpare verso altri mondi e altre dimensioni non sempre razionalmente spiegabili. La prosa è fitta, ritorna su sé stessa, a volte alcuni passaggi da un evento all’altro vanno quasi immaginati e il lavoro di fantasia è ampio.
Fantascienza e argomentazioni filosofiche si uniscono a creare un genere originale e difficilmente paragonabile ad altri, quasi impossibile risulta riassumere le trame senza rovinare al lettore la sorpresa, è più appropriato individuare alcune tematiche principali.

La dimensione del disorientamento, già presente nella precedente raccolta di racconti “La memoria dell’acqua”, è qui forte, trascinante e si coniuga a un senso d’incomprensibilità del narrante verso quanto gli sta succedendo.
Egli percepisce una minaccia incombente di morte, vive in una dimensione angosciata e si sente scrutato, osservato, braccato e aspira alla pace e all’amore. Ha paura, forze misteriose violano la sua mente o la sua memoria, può sentirsi confuso di fronte a un mondo che gli sfugge e che non comprende.
La presenza positiva di fronte a tutto questo è rappresentata dalla donna, colei che ha il compito di accogliere e capire la sua sofferenza. A volte è umana, a volte è luce pura, spirito, ella è la custode dell’amore. Neanche lei è esente da sofferenze, ma le cela oppure i due si danno coraggio a vicenda.
Continua a cercarmi nella mente, dentro i tuoi silenzi, continua, Neilos. Non soffrirai, quel tempo è alle tue spalle, non aver paura, devi incanalare, modificare, parlarti e conoscerti. Lascia stare il passato, la sofferenza, la brutalità di alcuni uomini, lascia che il tempo possa risanare le ferite. Non aver paura, ama, non le altre, ama me che sono vicina, che capisco, che ho bisogno d’emozioni sconosciute. Amami: voglio sentire solo per un attimo la vita scorrermi nel cuore”.(p.29)
Proprio l’amore sembra essere quel che l’Autore considera il motore dell’universo, amore vissuto in una dimensione mistico-esistenziale, molto irrazionale, una sorta d’afflato poetico, che si spinge sempre avanti, sempre oltre le piccole e grandi miserie del quotidiano e la brutalità degli esseri violenti e insensibili. L’amore sconfigge il dolore individuale e universale.
Amare per non essere soli, perché senza l’amore niente si crea, poiché senza l’amore la morte vincerà”. […] “Non c’è vita senza amore, solo miseria, infelicità e dolore; non c’è armonia senza amore, solo pioggia sudicia e fanghiglia”. (p.39)
I personaggi narranti trovano sicurezza e forza nel loro sentimento e comprendono che la vita è fatta di istanti, purtroppo non prolungabili, che è necessario vivere, ascoltare, ripensare. Nel continuo interrogarsi esistenziale è questa una delle poche certezze.
È opportuno a questo punto aprire una piccola parentesi sull’io narrante: nel primo romanzo è, a sorpresa, un computer, Neilos, stranamente umanizzato, tanto che l’Autore gioca non poco con l’ambiguità, facendo cadere il lettore in autentici tranelli narrativi piuttosto sorprendenti. Del resto Astrabat è un pianeta davvero strano:
qui ad Astrabat quello che appare è falso, al contrario di quello che si nasconde che spesso è verità”. (p.26)
Astrabat è “una nota, un paese, una città vetusta, una rovina, un abbaglio, un freddo pensiero rubato alla mente”. (p.24)
È un pianeta sabbioso, un deserto con ricche sfumature di luce e colore, la sensibilità cromatica di Messina è molto forte, i colori paiono accendere ancora di più la fantasia e costituiscono un suo leit-motiv insieme al mare, elemento rasserenante, la cui presenza qui è forte soprattutto nel racconto-cornice.
Tornando a un’analisi delle tematiche principali del Messina-pensiero notiamo che nell’universo esistono purtroppo forze malvage – incarnate di volta in volta da esseri mostruosi (i Sergoy, i Turganev, terrificanti uccelli antropofagi).
Autori di stragi e deportazioni di massa (che ricordano quelle naziste), colpevoli di crudeltà senza limiti paiono rappresentare quel male del mondo che da sempre esiste e si ripete, giacché l’uomo continua a commettere sempre gli stessi errori. I protagonisti delle vicende cercano di eludere la sorveglianza di questi esseri e di sventare i loro progetti.
La natura umana, nella concezione di Messina, pare oscillare tra due poli fondamentali: il desiderio d’armonia di alcuni e la sete di potenza, l’avidità di altri, che si può manifestare nella ricerca dell’immortalità o in quella di fonti inesauribili d’energia a scapito di altri esseri, ma “l’immortalità non cura i mali dell’uomo” (p.36), né lo strapotere di tecnologia e scienza possono nulla se l’essere umano non cura e coltiva il suo spirito, non riflette, non ama. E l’amore si contamina con l’umano, non fugge, non viola le leggi naturali di vita e morte.
L’invenzione fantastica – ipotizziamo – non è fine a sé stessa, ma possiede radici nei grandi temi esistenziali e in questioni dibattute: il potere della scienza su vita e morte, l’eutanasia (p.63), lo sfruttamento delle risorse energetiche, le guerre fratricide e le inevitabili conseguenze sui più deboli.
Traspare tra le pagine una forte aspirazione alla pace interiore e universale, all’armonia, all’essenzialità.
Prima devi imparare a conoscerti, e rimuovere l’inutile e il superfluo. Allarga il palmo della mano e conta gli oggetti che può contenere, non molti in verità, però se ci ragioni un attimo, sono quelli indispensabili”. (p.72)
La vita rimane sempre “un enigma irrisolto” (p.89), un mistero nel quale sondare e scavare anche attraverso l’invenzione di storie o, forse, nel futuro, la speculazione filosofica, che l’Autore sembra pronto ad affrontare in opere successive.
Marina Monego

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