Intervista a Patrizia Garofalo

Dare voce al silenzio (Edizioni Il Foglio, 2007)

a cura di Alberto della Rovere

(data di inserimento: 15 gennaio 2008)
Patrizia Garofalo (per gentile concessione di Lankelot.eu)




Domanda: Incipit prevedibile ma ineludibile: le sue influenze letterarie (poetiche e, se del caso, prosaiche).

Garofalo: Montale e Borges

D: L’elemento “acquatico” (i.e.: mare, pioggia…) che emerge dalla lettura della raccolta: possiamo intenderlo come liquido amniotico per chi scrive, a ripercorrere il proprio “io” come bisogno (fisico) di preservare un rapporto intimo con la propria origine?

G: no mare come amore per il mare. come spazio come catarsi come naufragio……………..come porto come specchio…….

D: La sua è poesia da intendersi come diario offerto al lettore, ovvero una sorta di (dovuta) auto analisi e catarsi?

G: quando scrivo è autoanalisi quando stabilisco di pubblicare è perché l’altro si possa riconoscere e sentire. nelle parole mie. mettendoci i suoi colori e sue emozioni quindi trasfigurare la motivazione personale di inizio… non ci sono date né titoli appositamente. la mia vita le inizia solamente..non le conduce fuori del libro

D: Condizione necessaria il silenzio, per sé prima che per gli altri: bisogna morire a se stessi per redigere parola poetica, in quanto poietica risposta, ri – creazione di un io (affettivo ed ex – sistenziale)?

G: "bisogna morire a se stessi…" ultima lettera di Van Gogh al fratello Theo da Londra Il silenzio nelle sue sfumature e accezioni è il nucleo centrale del testo. fare silenzio è ascoltare e ascoltarsi……il silenzio stesso a sua volta porta voci…….

D: La scelta di un lessico studiato ma essenziale risulta obbligo funzionale al testo? Ovvero: esprime una predilezione personale per la “semplicità” di certa lirica a tratti quasi minimalista, non troppo frequente nella tradizione italiana?

G: le cose non necessitano di ampie parole… sono sintetiche ed essenziali… come la verità dei sentimenti. in genere parlo anche così. poco ma forte

D: Quale il senso dell’importanza dei molteplici riferimenti agli elementi naturali (biologici e meteorologici, in primis) nella sua lirica? In che senso la fisicità è “assordante” (cfr. p. 101)?

G: è la polivalenza della parola silenzio……… il silenzio può far impazzire. di dolore e di gioia…………..grazie di aver pienamente centrato…………………

D: Rimane, oggi, un motivo per dare voce al silenzio dove sembra dimorare (auto confinatasi?) la poesia? Ossia, ricordando Martin Heiddeger, tale silenzio può costituire un approdo?

G: dare voce al silenzio approda alla ricerca di una comunicazione diretta, vera reale……………..fuori dall’ovvio……… superamento delle contingenze banale. espressione di crescita o percorso da seguire e non solo nella poesia anche nella storia di tutti i giorni…………… siamo noi con il silenzio inteso come non parlato a sconfiggere il dono della vita è il nostro emozionale che non dobbiamo comprimere.

È evidente come in questa nuova raccolta di poesie l’Autrice fa ricorso ad una anomala forma di diario, cioè attua una precisa notazione della sua vita interiore. Del resto, in questo diario, Patrizia Garofalo non esalta la sua coscienza, ma dentro lo spazio immaginario della sua opera d’arte, la scrittrice conserva la libertà del suo «io». […] Come appare evidente, essa prova un’estrema riluttanza a disfarsi di sé, a vantaggio di quella potenza neutra, senza forma e senza destino, che è dentro in tutto ciò che si può scrivere; ripugnanza e apprensione rivelate dal bisogno, proprio di tanti autori, di redigere quello che essi chiamano come una forma di diario. (Dalla Prefazione di Attilio Mauro Caproni).



Patrizia Garofalo, nata a Camerino (Macerata), vive ed insegna a Ferrara. Laureata in Lettere classiche a Urbino, con una tesi su Gabriele d’Annunzio, pubblica con “Le edizioni Il foglio” la sua quinta raccolta di poesie, comprensiva di prefazione redatta da Attilio Mauro Caproni: “Dare voce al silenzio”.
L’ossimoro del titolo, che si ritrova, in nuce, nei versi, è indice di una poesia che dà voce al silenzio della quotidianità, consegna di esperienza vissute al “non tempo” della memoria, quasi a guisa di “testamento scritto dalla follia … una pagina di diario che lascia l’anima depositata blindata marchiata a fuoco” (cfr. p. 109).
La lirica sottolinea, più volte, l’importanza della persona (fisica) che la redige, testimone lucida, eppure, in limine, esperita come altra da sé (cfr. p. 41: “tutto appartiene sempre a un’altra”); le parole sono frutto di una letterata magari “incompiuta” (cfr. p. 13), ma donna emotivamente viva, ricercatrice attiva, consapevole della vis redentrice della parola po(i)etica.
Il verso si offre al lettore libero, il linguaggio: meditato, conciso e preciso, il lessico comprensibile, graziato da aggettivazione sobria, dono di una poesia mai prolissa ma, emotivamente, partecipe, a livello formale, del contenuto, trasposto, sovente, in veste trasognata ed onirica.
Per chi affronta il testo è evidente l’importanza assunta dagli elementi definibili “naturali”: dal fluire delle stagioni, all’acqua (la pioggia; il mare, dolorosamente opposto a cielo e terra, “irrimediabilmente divisi”, cfr. p. 95), intesa, presocraticamente, come elemento primigenio (cfr. p. 85: “cerco le mie origini nell’acqua”). Inoltre, incontriamo frequenti rimandi a semantica di matrice floreale e biologica (pelle, sangue, capelli, sudore, lacrime, respiro…), evidenziati in quanto viventi, sovente dai tratti dolorosi, fino a definire la “fisicità assordante” (cfr. p. 101): pertanto, irrisoluta al silenzio cui si propone di dare voce.
È essenziale evidenziare la cura, non solo estetica, dell’elemento fonetico, posto a servizio del verbum (cfr. p. 33: “lutto muto”), fino all’ossimoro eponimo della collezione (ancora, cfr. p. 33).
Il ciclo di nascita e declino di elementi, situazioni, affetti rinnova il dualismo classico di amore e morte, quand’anche la parola possa presentarsi, nell’altro da sé, non come liberazione, bensì come “prigione” (cfr. p. 79). Tutto, peraltro, in nome di quella Bellezza, ultimo nume tutelare, la quale, per l’Autrice, risulta “contemplato idolo oltre il tempo” (cfr. p. 13), cui dare spazio, nella eletta a – temporalità della Parola, depositaria, senza destino, della (silente) testimonianza del quotidiano.

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